Il dovere del ricordo

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Nel Paese in cui tutti si sono rapidamente innamorati del diritto all’oblio, tanto che i nostri onorevoli fanno a gara ad inserirlo a caso in ogni norma in discussione in Parlamento, è probabilmente normale che nessuno abbia alzato la voce, anche solo per un secondo, sugli effetti della chiusura di Friendfeed. Eppure i due episodi hanno grandi punti di contatto. Da una parte il trionfo di una normativa che consente a chiunque di chiedere la rimozione da Internet di informazioni che lo riguardano dentro l’incerta definizione cronologica di “notizie non più rilevanti”, dall’altra un disinteresse sostanziale per i diritti alla conservazione delle parole che appartengono a ciascuno di noi.

Chiudendo i battenti il 10 aprile scorso Friendfeed non ha semplicemente impedito l’accesso ad una piattaforma sociale ritenuta non più utile dai suoi proprietari ma ha cancellato, con un colpo di mouse, 8 anni di parole immagini e suoni che migliaia di persone avevano depositato da quelle parti, spesso su profili pubblici e quindi liberamente consultabili.
Questo è avvenuto con ogni probabilità legalmente e per una sola ragione: perché la Corte di Giustizia Europea ed i legislatori preferiscono occuparsi di temi potenzialmente pericolosi come l’editing degli archivi digitali piuttosto che di altri davvero importanti come il diritto alla libera espressione dei cittadini.

Fra il dovere del ricordo, norma che nessuno mai penserà di far approvare ed il diritto all’oblio, noi scegliamo puntualmente di occuparci del secondo per ragioni che sarebbe interessante approfondire meglio.

E pensare che basterebbe una norma semplice ed intuitiva: le parole di Massimo Mantellini contenute in questo microframmento di rete che state leggendo non potranno essere cancellate – tranne ragionevoli eccezioni già previste dai codici – da nessuno che non sia lui. Se Friendfeed (o Il Post) decidesse di interrompere il servizio sarà ovviamente libero di farlo ma i suoi archivi dovranno restare on line, perché quelle parole hanno un valore. Perché qualsiasi parola ha un valore.

Se i Garanti della Privacy desiderassero davvero occuparsi del diritto alla riservatezza dei cittadini e non dei soliti complessi di superiorità dell’Europa nei confronti degli USA avrebbero un tema molto rilevante al quale dedicare le proprie attenzioni.
Milioni di cittadini europei utilizzano piattaforme sociali americane come Facebook: li si garantisca imponendo ai fornitori di piattaforma due norme semplici e complementari:

1) una esportabilità dei dati personali assoluta (vale a dire qualsiasi informazione che io ho volontariamente messo in rete deve poter essere da me esportata altrove o rimossa rapidamente dalla rete)

2) una clausola vincolante per i fornitori di piattaforma, di segno opposto, sulla permanenza in rete dei dati che ciascuno di noi ha messo on line.

Il primo di questi due punti ricondurrebbe il diritto all’oblio fuori dall’immenso casino nel quale i giudici ed i garanti europei lo hanno ficcato negli ultimi tempi. Un casino che rischia di incrinare in maniera sostanziale il valore documentale della rete Internet nel momento in cui chiunque, legge alla mano, puà chiedere a siti web e motori di ricerca di rimuovere informazioni che lo riguardano in nome di un diritto personale ad essere dimenticati vago e aleatorio. I miei dati sono miei e io devo poterne fare cià che voglio, sia che li abbia messi su Facebook, su Twitter o su Friendfeed. Ma sono le mia parole ad essere mie, non – per esempio – quelle che gli altri hanno dedicato a me. Per quelle, in caso di problemi, esiste già il codice penale.

Il secondo, quello del dovere al ricordo, dovrebbe essere compreso dentro le offerte commerciali delle piattaforme di rete: una specie di obbligo archeologico connesso al servizio. Dopo aver guadagnato più dollari di Paperone, grazie al suo genio ed ai nostri dati, Mark Zuckerberg potrà ovviamente e a suo piacimento chiudere l’azienda e dedicarsi al golf fra i coccodrilli della Florida: non prima di aver garantito ai milioni di persone che hanno utilizzato Facebook il mantenimento in vita di una versione archivistica dei loro profili, per lo meno di quelli volontariamente settati come pubblici.

Per qualche ragione qui in Europa l’ossessione ad essere dimenticati sembra valere molto di più di quella ad essere ricordati. Molti giudicano quest’ultima come una forma di narcisismo estremo che si concentra sulla propria irrilevanza. Una irrilevanza che certamente esiste ma il cui giudizio, nelle società complesse che basano la loro crescita sulla condivisione della conoscenza, sarebbe bene lasciare ai nostri discendenti.

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