I nuovi padroni arrivano da Internet

Sabato scorso durante una assemblea del PD a Roma Pierluigi Bersani ha pronunciato la seguente frase:

“Non abbiamo padroni che ci arrivano da Internet”

A chi si riferisse il segretario non è dato saperlo, non ce lo ha voluto spiegare. Nonostante questo la frase è ugualmente molto indicativa. Lascia intuire che per Bersani Internet è il luogo altro per eccellenza. “Padroni che ci arrivano da Internet” assomiglia a “mercanti giunti a piedi dalla Mongolia” oppure a “omini verdi atterrati da Marte”. C’è come un istante di sospensione per l’evento inatteso ma subito dopo prevale il non vinceranno, non invaderanno le nostre terre, non abuseranno delle nostre donne.

Detto in altre parole Bersani (e non solo lui) un po’ ha fifa e un po’ no. Un po’ rifugge una idea di consenso che salti (alla Fosbury direbbe Matteo Renzi) i meccanismi noti e consolidati, un po’ snobba l’idea che il supporto, così come la contrapposizione, possano bussare alla porta una mattina affidati a postini sconosciuti. I famosi “padroni che arrivano da Internet” o, in alternativa, il saggio e solidale “popolo della rete” che marcia al nostro fianco e si oppone alle ingiustizie.

Nulla di serio in fondo, la frase racconta cose che sapevamo già: Bersani ha poca familiarità con la rete, ne intuisce le possibilità, ne annusa i pericoli, ma non riesce ad andare oltre all’elaborazione materiale del “ci serve o non ci serve”.

Con l’eccezione del Movimento 5 Stelle un po’ tutti i partiti osservano Internet con il medesimo sguardo curioso e preoccupato, quasi che da un momento all’altro dal modem uscisse il nuovo elettore numero 0 e tutto il giochino andasse in frantumi.

Gli amici di Beppe Grillo del resto lo vanno ripetendo da tempo. Mentre lo ripetono giocano una partita tutta loro dove all’insana diffidenza si sostituisce un insano entusiasmo. Non solo il racconto del movimento dal basso autogenerato da cittadini stanchi e proattivi ma anche quello, fenomenale nella sua stoltezza, della democrazia diretta dove i cittadini, in tempo reale con gli strumenti di cui mamma tecnologia li ha dotati, osservano, controllano e decidono insieme agli eletti. È una teoria della rappresentanza digitale tanto improbabile quanto l’agiografia della Padania leghista, eppure i vari Grillo e Pizzarotti continuano a ripetercela senza alcun imbarazzo. Youtube, insomma, come tecnologia abilitante della democrazia partecipata, e scemi noi a non averci pensato prima.

Ivan Scalfarotto, oggi egregio e tonico vicepresidente del PD nonché blogger del Post, viene sovente citato come primo esempio di camera di eco politica nella rete italiana. La sua prima candidatura alle primarie dell’Unione nel 2005 ebbe fenomenali riscontri nella piccola Internet nostrana per poi risolversi in un quasi nulla di fatto (0,6% dei voti) nel riscontro concreto delle urne. Oggi le cose sono un po’ cambiate ma continuano a non esistere i candidati (o i padroni) che arrivano dalla rete. O meglio, talvolta esistono, magari raccolgono consensi a migliaia in opportuna petizione online o fanno faville con i like su Facebook ma poi sbattono la faccia contro la macchina del consenso, devono confrontarsi con l’ampia presenza dei partiti nei luoghi del potere o con le insidie del salotto di Bruno Vespa.

Il presunto EPICFAIL della Internet italiana (uno degli) è proprio qui: toccherà tenerci ancora per chissà quanto Bersani, Casini, Vendola, Di Pietro, e da oggi Grillo, proprio perchè la rete italiana non è altro rispetto al Paese ma ne è specchio e rappresentazione ormai sufficientemente precisa. Quelli che la temono e quelli che la incensano sono le due facce opposte del medesimo fraintendimento.