A cosa serve la Rete a Letizia Moratti

Ora, con tutto il rispetto: voi ce la vedete Letizia Moratti su Twitter a rispondere ai cinguettii di estranei dotati di nickname improbabili o intenta a retwittare cose? Oppure a fare check-in su Foursquare dal cellulare mentre entra a Palazzo Marino? Chiedere a qualcuno di rappresentarci in Rete col nostro nome e cognome se non siamo noi personalmente a farlo non è mai una buona idea, nemmeno se la posta in gioco è alta. E questo per almeno due ragioni: perché si tratta di ambiti di rete numericamente irrilevanti, e perché proprio in virtù del tipo di utenti che utilizzano abitualmente simili accrocchi, la reazione di molti sarà una via di mezzo fra l’esercizio canzonatorio (l’esempio di #sucate è uno di questi) e la sostanziale irrilevanza comunicativa. L’account della Moratti su Twitter conta in questo momento poche centinaia di follower, in gran parte curiosi di passaggio, giornalisti o esperti di comunicazione. Possibili elettori agganciati a colpi di tweet – temo – pochini. Meglio sarebbe stata una ragionevole intestazione del tipo “Comitato per Letizia Moratti sindaco”.

Un discorso simile riguarda Facebook, che ha certamente differente rilevanza numerica rispetto a Twitter, ma identica sostanza comunicativa. Nel giro di pochi giorni – subito dopo la Caporetto del primo turno elettorale – i fan di Letizia Moratti su Facebook sono decuplicati. Improvvisamente. Tutti cittadini in Rete che stringono le fila per la rielezione del sindaco? Direi di no. Gli “amici” della Moratti su Facebook sono aumentati attraverso una serie di pratiche tecniche forse legali ma certamente di dubbio gusto. Per esempio mediante pubblicità mirate sul social network, adatte ai tifosi del Milan o agli amanti dei cuccioli, che si sono ritrovati fan del candidato sindaco dopo aver messo un like alla foto di un cagnolino a alla maglia delle propria squadra del cuore. Intravedete voi in tutto questo ideare qualcosa di cui potersi vantare e per cui valga la pena spendere soldi? Qualcuno è così naïve da pensare che 30.000 fans su Facebook, molti dei quali farlocchi, indurranno qualcuno ad aggiungere il proprio voto al ballottaggio?

In realtà queste scelte comunicative, che riguardano apparentemente la Rete, sono solo colpi in una partita a biliardo giocata su un altro tavolo. Twitter e Facebook servono altrove: corroborano, fuori dalla rete, una idea vaga e rassicurante dedicata alla grande maggioranza di quei cittadini che Twitter e Facebook non sanno cosa siano. Cittadini come gli altri, il cui voto vale sempre uno, esattamente come il nostro che invece galleggiamo su dieci social network differenti, e che, attraverso simili esposizioni, possono leggere sui giornali ed apprendere in TV (là dove il grosso dell’elettorato pascola) di quanto il Sindaco sia moderno ed informatizzato, utilmente esperto (c’è il suo nome, è proprio Lei!) in tutte quelle cose belle e complicate di cui a noi francamente non interessa un gran che.

L’eventuale prezzo in termini di reputazione che Letizia Moratti ha pagato in questi giorni dentro la piccola rete italiana degli esperti, vale la candela del più sostanzioso ritorno di immagine che il candidato raggranella fuori dalla Rete. O per lo meno questa sarebbe la scommessa. Un sindaco quindi giovane, fin dai tratti del viso dei cartelloni pubblicitari, talmente stirati da Photoshop da ricordare più una mostra di iperrealisti che non una propaganda elettorale, che può essere raccontato in TV e sui giornali come a suo agio con le nuove tecnologie. Un sindaco però, il cui consulente per le nuove tecnologie nei passati due anni è stato Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie: uno che quando si mette a parlare di Facebook in pubblico (Internet per un numero molto ampio di persone, Red Ronnie compreso, è un cocktail fatto da 2/3 di Facebook e 1/3 di Youtube) ti assale una tenerezza sconfinata.

Tutto questo agitarsi goffamente con i nuovi media, una volta liberato dalle sottolineature dello schieramento opposto, non solo non crea grandi problemi di reputazione elettorale alla Moratti (così come eventuali comportamenti virtuosi non servirebbero a migliorarla), ma ci costringe a ricordare che almeno 2 italiani su 3, 2 elettori su 3 della prossima consultazione milanese, soffrono di quello che Tullio de Mauro chiama “analfabetismo funzionale”, secondo il quale “… soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.”

E noi – e i consulenti per la comunicazione dei candidati in lizza con noi – ce ne stiamo qui a preoccuparci di cosa succederà adesso che si è scoperto che molti siti web italiani nascondevano frame per aumentare in maniera fraudolenta i fans su Facebook di questo o quel candidato? Ma davvero? Ma siamo sicuri che sia un tema su cui valga la pena di discutere così animatamente?

Massimo Mantellini

Massimo Mantellini ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì. Il suo ultimo libro è "Dieci splendidi oggetti morti", Einaudi, 2020