Banda larga, la gara a chi va più piano

Torna di moda la discussione sulla banda larga e sulla rete di nuova generazione in fibra ottica. Ritorna sui giornali di oggi per due ragioni. La prima è che sembrerebbe definitivamente terminata la farsa sui fondi della banda larga. Denari mille volte annunciati dal Sottosegretario alle Comunicazioni Romani e mai effettivamente stanziati. Quei soldi, che dovevano servire a ridurre il digital divide, semplicemente non ci sono più, molto probabilmente non ci sono mai stati e la loro scomparsa ad ogni riunione del CIPE e la successiva ricomparsa nelle dichiarazioni di Romani e Brunetta (dichiarazioni di grande sicurezza per le quali probabilmente nessuno chiederà conto agli interessati) è uno di quei teatrini soliti della politica italiana. Resterebbero a questo punto 100 milioni da spartire fra le regioni, non si sa bene come, non si sa bene da chi.

La seconda ragione per cui sia il Corriere sia Repubblica di oggi hanno ampie pagine sulla rete di nuova generazione è che ieri Franco Bernabè ha spiegato in un incontro a Venezia i piani di Telecom Italia per i prossimi anni. In sintesi Telecom intende sviluppare una propria rete in fibra in maniera graduale (50% della popolazione raggiunta entro il 2018) smarcandosi dalle pressioni di chi vorrebbe coinvolgerla (lei e soprattutto la sua rete in rame) in un progetto comune che coinvolga tutti gli operatori delle comunicazioni sotto il controllo della Agenzia per le Garanzie nelle Comunicazioni.

Il punto di vista di Telecom è un punto di vista attendista e molto prudente che certamente è lontano dalle aspettative di crescita della rete che si attendono i cittadini e le aziende. Ma il progetto degli altri operatori consorziati in una sorta di triplice intesa formata da Vodafone, Wind e Fastweb è altrettanto discutibile, basato com’è su una unica duplice strategia: fare pressing sul governo perche convinca Telecom a condividere la rete fisica e radunare una serie di investitori (lo Stato per primo) capaci di consorziarsi per quella unica rete di nuova generazione che nessuno degli operatori ha i soldi per costruire da sé.

Ovviamente l’unico spazio di manovra in un contesto tanto complesso sarebbe quello di trovare un equilibrio fra le esigenze di Telecom di continuare a monetizzare il proprio ruolo di ex-monopolista (pena sfracelli per i conti di una delle aziende più importanti del paese con 80 mila dipendenti) e l’esigenza di aprire a tutti i soggetti delle telecomunicazioni la partecipazione ad una rete veloce per tutti i cittadini. I primi tentativi in tal senso prodotti dal Comitato NGN presso l’Agcom nei giorni scorsi sono stati catastrofici (documento presentato poi rapidamente disconosciuto da quasi tutti) e non si vede come le cose potranno andare meglio in futuro, dato che il mediatore di questa partita importantissima è un soggetto debole e dalla scarsa autorevolezza come l’Agcom.

Se aggiungiamo che ai piani alti del governo (leggasi Berlusconi) manca qualsiasi consapevolezza sulla necessità di una NGN in tempi brevi, vista anzi come una forma di concorrenza allo scenario televisivo dominante, ecco che appare abbastanza chiaro per chiunque come le speranze di avere un sola rete in fibra che cabli tutto il paese in tempi ragionevoli sono molto modeste. E che i piani annunciati da Bernabè ieri a Venezia sono quel pochissimo-leggermente-antipatico che rimane comunque meglio di tutto il niente che c’è attualmente intorno.