La ministra Azzolina e gli “imbuti da riempire”

Il 16 maggio, nella sua ultima videoconferenza stampa, la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha usato per due volte l’espressione «colloquio orale». Un “colloquio”, a rigore, è orale per definizione, ma parlare di un “colloquio orale” può essere considerato un peccato veniale: la locuzione è attestata in centinaia di testi, anche ufficiali (bandi, verbali, testi di legge, ecc.). Un’altra cosa sono però gli “imbuti da riempire”.

«Lo studente non è un imbuto, da riempire di conoscenze. È ben altro», ha detto ancora Lucia Azzolina in quella videoconferenza, rispondendo alla domanda di una giornalista e, un attimo dopo, ribadendo: «è importante che non si pensi che lo studente sia un imbuto da riempire con delle conoscenze, con dei programmi». L’“imbuto da riempire” scatena l’ironia degli utenti della Rete, soprattutto sui social. Il 20 maggio, sulla sua pagina Facebook, la ministra interviene allora a precisare:

«L’imbuto di Norimberga è una metafora sull’apprendimento molto nota nel mondo della scuola: uno studente a cui vengono ‘versate’ nozioni in testa attraverso un imbuto.
L’apprendimento non funziona così, i docenti lo sanno bene, ed è ciò che intendevo dire quando ho rievocato l’immagine dell’imbuto durante la conferenza di sabato, “lo studente non è un imbuto da riempire di conoscenze, è ben altro” ho detto.
Qualcuno mi ha preso alla lettera soffermandosi sul fatto che gli imbuti non si riempiono ma si usano per riempire. Capisco bene che si possa prestare a facili ironie, ci rido su anch’io. Ma ci tengo a tranquillizzare sul fatto che al Ministero non abbiamo provato ad infilare imbuti in testa ai ragazzi versandoci dei libri (liquefatti ovviamente), prima di dire che non funzioni…

Per fortuna chiunque può informarsi su questo concetto usando un semplice motore di ricerca. Magari da oggi ancora più persone parleranno del tema dei metodi della didattica, che è in realtà molto serio».

Peccato che un imbuto, per l’appunto, faccia da tramite. Le conoscenze non le trattiene, ma le travasa nella mente altrui. È dunque questa a riempirsi, non l’imbuto.
Gli esempi seguenti sono tratti dalla tesi magistrale (Rousseau e Voltaire: il terremoto di Lisbona) discussa dalla ministra Azzolina, nell’anno accademico 2007-2008, all’Università di Catania:

1. «Qui ci sembra di leggere nell’interpretazione del pensiero di Pope felicemente riassuntato» (p. 69).

2. «Nessuno deve ingerire nella libertà di coscienza di amare Dio in ciascun uomo» (p. 187).

3. «Studiare la natura dei terremoti significava saper rispondere ai terremoti, nel momento in cui, si sarebbero presentati all’uomo» (p. 204).

4. «La Guerra del Peloponneso sfociò tra Atene e Sparta nel 431 a.C. ed ebbe termine nel 404 con la vittoria di Sparta» (p. 18, nota 14).
Dove sarà mai sfociato quel conflitto? In quale luogo avrà mai avuto il suo sbocco, il suo esito, la sua terminazione?

5. «Insomma tantissimi eventi tragici hanno afflitto l’umanità, l’hanno sterminata fisicamente e moralmente e continueranno a farlo» (p. 16).
Se l’umanità è stata sterminata, eliminata dal primo all’ultimo individuo, com’è che siamo ancora qui?

6. «Un ruolo che mette ordine alle parti, tra esseri viventi e luoghi che possano contenerli, è dato […] dai terremoti, dalle carestie» (p. 154).
Sono i terremoti e le carestie ad averci assegnato un ruolo, oppure terremoti e carestie sono stati messi da altri nel ruolo che occupano?

7. «Dovremmo per cui chiederci chi è più felice il buon selvaggio di Rousseau che vive d’istinti e non si pone domande come la vecchia della quale parla Voltaire o il buon bramino, frutto della società e dello studio» (p. 223).

8. «Voltaire all’età di 83 anni volle morire nella sua città a Parigi, e quando vi ritornò ancora da vivo, fu accolto come un re» (p. 202).
È un po’ difficile che potesse tornarci da morto.

9. «L’uomo non è stato posto in una bella dimora per essere protetto, ma è stato invitato sulla terra, molto spesso per essere tribolato» (p. 157).
Forse tribolare vuol qui significare ‘far soffrire’ – secondo un uso poetico e letterario – anziché ‘soffrire’?

10. «L’uomo ha eretto dimore, costruzioni inadeguate che di fronte ad un terremoto sono troppe pericolose per la vita degli esseri umani, moltiplicano le morti laddove l’uomo non può scappare affiancato da chili e chili di cemento» (p. 213).
Ci vuole molta fantasia per immaginare che chili di cemento possano “affiancare” qualcuno.

11. «Nel paragrafo precedente, si è detto, come del concetto dell’origine del male, si possano dare due spiegazioni» (p. 40); «Il presupposto, dal quale, parte Leibniz è credere che Dio sia la bontà massima, la saggezza più grande» (p. 42); «Nei Saggi di Teodicea di Leibniz c’è anche un evidente ottimismo, secondo cui, Dio dovrebbe preferire l’uomo a tutte le altre sue creature» (p. 46); «Voltaire descrive in questo modo, la difficile condizione, in cui, gli uomini vivono i loro giorni (p. 93); «Ma, le speranze di Voltaire verranno decisamente smentite dal ginevrino» (p. 108); «Nessun essere umano, sembra dunque soddisfatto della propria esistenza, Voltaire compreso» (p. 142); «Non si può affermare come, sosteneva Rousseau, che la morte improvvisa ha comunque aspetti positivi» (p. 183).
Interpunzione creativa?

Avevo già segnalato un certo numero di questi strafalcioni a un giornalista (Gianluca Veneziani) che ci avrebbe poi scritto un pezzo. La ministra, già al tempo, prometteva bene.