Critici e amici

Ieri ho letto un bel post sul blog di Giulio D’Antona. Comincia parlando di quando Hemingway prese a pugni in faccia Max Eastman che gli aveva stroncato Morte nel pomeriggio su «New Republic». Da là, si passa a dire che in Italia la critica quasi non esiste più.

Non sono un gran lettore di riviste letterarie, però le poche volte che prendo in mano «Studio», o «Nuovi Argomenti» o «Nuova Prosa» ci trovo analisi  dettagliate, pure un po’ troppo se non sei un addetto ai lavori.

Non è così però, e mi sa che qua ha ragione D’Antona, su quotidiani, settimanali e blog vari, dove la recensione di un libro coincide più che altro con la sua promozione.

Il fenomeno si attenua quando un italiano recensisce uno straniero, ma alla fine le abitudini prevalgono lo stesso.

Baricco ha da poco parlato su Repubblica di Sottomissione, e devo dire che sembrava animato da un sincero sentimento di invidia. Però prima di stroncare il libro presentandocelo come un frullato di scemenze,  ha riempito due paragrafi dicendo quanto Houellebecq sia uno scrittore sopraffino. Uno scrittore sopraffino non può scrivere un libro-pasticcio, le due tesi esposte nell’articolo sono in contrasto tra loro: se vuoi dare un pugno non puoi pensare di darlo senza fare male.

Con le recensioni di libri italiani è peggio, perché succede che spesso sono scritte da recensori che conoscono il recensito, e quando scrivi di qualcuno che conosci è inevitabile adoperare garbo e cautela, due atteggiamenti nemici della schiettezza e amici di Vincenzo Mollica.

Facebook (sempre sia lodato) mi apre una finestra su ambienti che, per limiti miei intellettuali oltre che per distanza geografica, non potrei mai frequentare: i legami si palesano in un paio di clic, ed è  facile accorgersi che gli scrittori e gli intellettuali capaci in questo momento di fare presa sul web italiano sono più una comitiva che una comunità.

Spesso lavorano o hanno lavorato insieme, si frequentano o si sono frequentati, e a volte si scambiano anche i ruoli: il recensito è stato l‘editor del recensore, l’autore di quel racconto lavorava nella redazione della rivista su cui poi è uscito il racconto di quell’altro, in altre parole si conoscono e si leggono tra loro.

Se però da una parte è normale, e perfino sano, che gli intellettuali abbiano contatti tra loro, dall’altra c’è la sensazione che quella italiana sia una comunità un po’ asfittica: essendo più o meno un circolo, finisce per mancare il punto di vista esterno.

Nell’Italia del 2015, quando qualcuno riesce a osservare un testo o un autore da una certa distanza, si tratta quasi sempre di una distanza generazionale. È come se solo il divario anagrafico consentisse l’estraneità al gruppo. Più che un’autentica obiettività, un conflitto tra padri e figli. E stranamente, sono i padri a ribellarsi ai figli, sempre abbastanza cerimoniosi, almeno finché i padri sono viventi.

Forse Max Eastman veniva preso a pugni da Hemingway anche perché negli Stati Uniti del 1937 c’erano più centri di produzione culturale, distanti nello spazio e nello stile, scuole di pensiero diverse, che si affrontavano a viso aperto, e quando si è liberi dalle pastoie della conoscenza personale e da quelle delle conoscenze in comune, le sberle ci mettono meno a partire.

Anni fa, io e un mio amico avevamo preso l’abitudine di scambiarci i nostri velleitari (almeno i miei) tentativi di scrittura: ci conoscevamo fin dai tempi della scuola, ma non ci eravamo mai frequentati, e solo parecchi anni dopo, per una serie di coincidenze, abbiamo scoperto di stare provando entrambi a fare la stessa cosa. Quasi subito ci siamo trovati a chiederci che senso avesse questo nostro scambio, e come mai a ognuno di noi due interessasse tanto il parere dell’altro. Il mio motivo era l’opposto del suo.

Io trovavo conforto nel fatto che a leggere i miei pastrocchi fosse una persona che in qualche modo mi conosceva, sapeva chi fossi, come mi comportassi, e che in un certo senso potesse intuire con facilità da cosa nascesse ciò scrivevo, da dove arrivavano quelle parole. Mi pareva una garanzia contro i rischi di fraintendimento, una specie di paracadute: io e te abitiamo nello stesso posto, ci siamo visti e rivisti in giro per anni, abbiamo amicizie in comune, ognuno di noi due sa, anche per vie traverse, qualcosa dell’altro, dunque tu che mi leggi sai che quello che c’è scritto viene dalla mia testa, e in un certo senso tu la mia testa la conosci. Questo, non so perché, mi allentava i freni inibitori e trovavo il coraggio necessario per lasciar leggere qualcosa a qualcuno.

Lui la pensava all’opposto e mi diceva: io invece riesco a farti leggere le mie cose proprio perché non hai un’idea precisa di me, mi conosci poco e per sentito dire, che è un po’ quello che succede quando acchiappiamo un libro a caso dallo scaffale di una libreria e ce lo portiamo a casa per leggerlo, abbiamo un’idea, vaga e mediata, dell’autore e ci riserviamo di saperne più di lui leggendo cosa ha scritto. Insomma lui trovava confortante che a leggerlo fosse chi non lo conosceva, in modo da non subire pregiudizi, positivi o negativi.

Sia io che lui comunque sapevamo anche una terza cosa, che era così alla base del nostro esserci scelti da non dovere nemmeno essere discussa: in città era abbastanza difficile trovare persone con la nostra stessa passione per il leggere e lo scrivere.

Oggi, che ho finalmente trovato il modo di fare esperimenti di scrittura pubblici, non sono ancora in grado di stabilire chi di noi due avesse ragione. Nella nostra divergenza di vedute tra dilettanti, c’era un po’ la radice della questione che ha posto Giulio D’Antona nel suo blog. Ma forse, più che altro, in Italia gli interessi confliggono sempre perché sono sempre pochi quelli che hanno un qualche interesse per qualcosa.