Sacro Gra in provincia

Qui a Siracusa, remota località del sud est siciliano dove leggenda vuole che il Signuruzzo abbia perso le scarpe, è stato possibile vedere Sacro GRA soltanto qualche sera fa.
Un sacco di miei concittadini si sono alzati a proiezione ancora in corso e sono fuggiti via nel buio (uno che cercava di illuminarsi i passi col telefonino ha detto – neanche troppo sottovoce – che s’accontentava di stoccarsi l’osso del collo sugli scalini e uscire con la barella del 118, pur di andarsene).

Dopo l’intervallo, col favore delle luci e la scusa di andare in bagno, il pubblico si era quasi dimezzato.

Sacro GRA è in effetti un potentissimo scassamento di minchia, nel senso che è un’opera molto radicale, concede poco alla fiction, ed esige uno spettatore consapevole di cosa lo attende.

Qua invece ci sono due cinema in tutto, perciò andiamo a vedere quello che capita: prima facciamo il biglietto e poi chiediamo alla maschera com’è che s’intitola ‘sto film? La serata s’è fatta quindi ancora più interessante: come reagisce il pubblico qualunque di una provincia qualunque quando si ritrova, a sorpresa, di fronte a un film pensato per un altro genere di spettatore?

Maluccio (quindi bene, significa che il film è riuscito): anche chi è rimasto seduto fino in fondo era perplesso, e uscendo dalla sala ne lamentava l’eccessiva episodicità, percepita addirittura come incuria, mancanza di connettivi, di amalgama nella sceneggiatura e nel montaggio.

È un tipo di commento che ha a che vedere con l’abitare a Siracusa, e forse un po’ tutto il film gira intorno alla dialettica tra due sguardi, quello provinciale e quello metropolitano.

Per ottenere il secondo, il regista è dovuto ricorrere al primo, seguendo per ben due anni – un po’ come da dietro una persiana – le vite di alcune persone che in una metropoli avrebbe forse notato per la loro bizzarria o marginalità, ma che poi probabilmente non avrebbe mai più rivisto né incontrato.

Partendo da quella consuetudine di frequentazione che intendeva negare, Sacro GRA mette insieme il vaso apposta per frantumarlo: osservare da vicino, con un’intimità da provincia, per costringere poi lo spettatore a rinunciare a qualsiasi sguardo intimo e provinciale.

A Siracusa è una fatica particolarmente improba, che non siamo abituati a fare, non solo come spettatori, ma proprio in quanto abitanti di una città medio piccola.

Come spettatori: in Sacro GRA nessuno ti suggerisce niente. Sei abbandonato a dei frammenti, non ci sono indizi per ricomporre una qualche storia, e questo perché la storia non c’è, nel senso che ce ne sono tante (come del resto anche in molti film di fiction basati sulla somma di episodi) ma sono tutte storie minime, e soprattuto che non si incontrano mai: i personaggi non hanno in comune nemmeno un oggetto mediatore (nessuno di loro posa mai la mano sulla stessa maniglia, entra nello stesso edificio o calpesta lo stesso pavimento), e non si avverte quindi la sensazione tipicamente cinematografica di circolarità della trama, il piacere che si prova rincollando il vaso e chiudendo il cerchio.

Chiudere il cerchio, rincollare il vaso, ricomporre i frammenti è l’esercizio più diffuso in provincia.

In provincia i tasselli –  proprio come nei film di pura fiction – tornano sempre a posto, perché tutti quanti in qualche modo siamo collegati tra noi come i personaggi delle trame cinematografiche: la provincia è raccordativa, c’è circolarità, basta mettere insieme le occhiate e le informazioni per ricostruire movimenti, parentele, amicizie, legami, identità, la provincia è anulare.

In provincia, accorgersi di un tizio che ausculta una palma con uno strano marchingegno, incrociarlo sul viale principale due settimane dopo, ritrovarselo in coda dal salumiere, sentirgli dire qualcosa del suo lavoro, scoprire che per prelevare i campioni usa le palme del vivaio del cognato di tuo cugino, e insomma piano piano farsi un’idea di lui, di chi è, di dove abita, è la norma stessa dell’esistere: vedi e rivedi sempre le stesse persone, e in un tempo molto breve la consuetudine dello sguardo diventa regola sintattica, generando intimità (che spesso si irrigidisce fino al pre-giudizio: da lì in eterno, qualsiasi altra cosa egli faccia o non faccia, sarà per tutti, nei secoli, quello del punteruolo rosso, al punto che perfino suo figlio sarà il figlio di quello del punteruolo rosso).

In Sacro GRA invece questo non succede: i personaggi umili e stravaganti di questo presepe metropolitano sono sparsi in punti così distanti tra loro che non sembrano neanche appartenere allo stesso insieme, il grande raccordo non raccorda niente, e loro non si guardano mai tra loro, non si incontrano mai, perché appunto, non siamo in una provincia, siamo ai margini di una metropoli, e per lo spettatore non ci sarà la consolazione del riconoscimento. Anche se nel Tevere c’è tanta di quell’acqua così vicino a casa con uno che ci pesca dentro le anguille, questo non è quel tipo di fiume che scorrendoci intorno tutti ci contiene, come succedeva nella pur tentacolare Los Angeles di America Oggi, con le sue storie frammentarie ma roteanti intorno a un unico centro, e i personaggi legati da uno stesso filo (a volte invisibile a loro, ma non allo spettatore).

Qui tutto viene presentato per schegge, esattamente come si presenterebbe nella vita reale, ma in una vita reale metropolitana e non provinciale, cioè in un tipo di vita reale in cui le presenze non ricorrono.

L’idea di non poter stabilire una consuetudine col personaggio (cioè col proprio simile) è per un siracusano particolarmente disperante, toglie senso alle sue pratiche conoscitive, le annichilisce: che senso ha sfiorare chi non rivedrai mai più, se appunto non lo rivedrai mai più? Perché allora non abbandonare il film a metà? Episodio per episodio, frammento per frammento, io mi fermo qua e me ne torno a casa.

Non a caso l’aggettivo dialettale che più ricorreva tra i commenti di fine serata era scunchiurutu, sarebbe a dire sconclusionato, inconcludente, che gira a vuoto, che non chiude il circolo: se non posso stabilire una consuetudine, se non è prevista intimità tra me e questi personaggi, che razza di film è questo? Che vita documenta questo documentario? Non certo la mia, perché qui dove abito riesco sempre a venire a capo di tutto, a trovare la casella giusta per ciascuno.

Forse è l’aver prodotto in noi provinciali questo effetto di irritazione, nel senso di un non-riconoscimento che infastidisce, a fare di Sacro GRA più un film da Leone d’oro a Venezia che un documentario: c’è sapienza artistica in questo sbatterci di fronte a un modus vivendi autentico (cioè non edulcorato dagli artifici di una sceneggiatura compiacente verso le nostre aspettative di spettatori) a cui non siamo abituati, che non conosciamo, obbligandoci ad osservare le vite degli altri senza il filtro che siamo soliti applicare.

Anche in chi dopo il film si lamentava in toni fantozziaci, da Corazzata Potëmkin, c’era una specie di soddisfazione dolorante: non c’ho capito niente, è un film che non mi dimenticherò mai più.