La piazza e la politica

In una discussione su Facebook si sosteneva giustamente che la protesta dei giovani, studenti, ricercatori, precari, avrebbe bisogno di rappresentanza politica. Era una riflessione saggia, anche perché la violenza che abbiamo visto durante l’ultima manifestazione di Roma è un episodio che non andrebbe sottovalutato. Tutti speriamo che non si ripeta, bisogna augurarsi che le parole di buon senso seminate anche con intelligenza in questi giorni siano arrivate a destinazione e aiutino qualcuno a fermarsi in tempo. Tuttavia, al di là del dato immediato e grave, vi sono due ragioni che dovrebbero suggerire riflessioni più profonde, rispetto alle considerazioni strettamente legate all’ordine pubblico.

La prima è il fatto che questi scontri seguono una tendenza già in atto da mesi. Si sono già verificati numerosi episodi, ormai minori, di contestazione prepotente e violenta a personaggi pubblici. Anche allora mi era sembrato un dato politico non riassumibile con formule preconfezionate, ma frutto della combinazione di anni di stagnazione economica che pesa soprattutto sulle generazioni giovani – come argomentato ormai anche in dettaglio –  e una grave crisi di rappresentanza del sistema politico.

La gravità della combinazione di questi due fattori porta ad una seconda ragione di preoccupazione: per la prima volta a memoria della mia esperienza diretta, dunque da circa vent’anni, la frangia nostalgico-ideologica e violenta, che è sempre stata presente nei movimenti studenteschi, ha fatto breccia anche in altri gruppi di giovani, meno ideologizzati, più pragmatici, e pertanto in condizioni normali più difficilmente vittime della suggestione della violenza di piazza. Per “condizioni normali” intendo un’economia in grado di offrire ragionevoli prospettive, o perlomeno un sistema politico in grado di rappresentare il disagio che si manifesta.

Il Post ha pubblicato una lettera molto significativa di uno di questi ragazzi, pragmatici e ragionevoli, che spiega con chiarezza.

Le posizioni democratiche, di discussione dura, opposizione feroce, di studio e confronto con i capi partito per metterli all’angolo nelle loro stanze, per obbligarli a parlare, ad arrendersi davanti a chi reclama il proprio posto nel mondo, all’umiliazione da chi ha trent’anni meno di te ma cristo se ha ragione, avevano fallito se io ora mi ritrovavo lì a saltare sui binari e a urlare di gioia mentre la voce elettronica della stazione scandiva “si avvisa la gentile clientela che la stazione è occupata”. Che era passata la linea non della comprensione della politica per agire nella politica, ma quella dello scontro duro di chi se ne frega.

Il governo è appeso a una maggioranza di pochi deputati ed è, se non altro per questo, improbabile che riesca a dare il senso di un’inversione di marcia a centinaia di migliaia di ragazzi. Inoltre, il problema della riforma Gelmini non è solo la sua inadeguatezza. Numerosi commentatori certo lontani da simpatie berlusconiane, e spesso inascoltati critici dei vizi italiani, come Ainis o Salvati, ne hanno auspicato l’approvazione, come antidoto se non altro all’immobilismo. A dar manforte al loro ragionamento arriva oggi la notizia della promozione a ordinario in tutta fretta – prima che la riforma lo renda impossibile – del figlio del rettore della Sapienza, su cui ogni commento è superfluo. Il problema, naturalmente, non è solo la riforma Gelmini ma, da un lato, la sua credibilità. Non si può invocare meritocrazia senza averne pagato gli oneri, per averne gli onori; e solo una serie complessiva di riforme può rendere credibile un’inversione di tendenza sulle pratiche della gestione del potere in Italia. In maniera similmente fessa suonano le parole dell’opposizione, che invoca rinnovamento per bocca di chi ha conosciuto le più alte responsabilità, ed è capace di trovare unanimità di intenti solo quando si tratta di criticare il sindaco di Firenze, colpevole di aver conquistato la sua carica contro la volontà dei dirigenti del suo partito. Dirigenti che – forse per conquistare l’elettorato giovanile – usano l’epiteto di “giovanotto” per maltrattare Renzi, sottolineando dunque un evidente disprezzo generazionale, e chiarendo ancora una volta la direzione in cui esso opera.

Non è allora forse un caso se l’opposizione, in piena crisi economica ed etica, non riesce a intercettare nessuno dei consensi in uscita dal governo. Si tratta di un caso più unico che raro che andrebbe studiato all’università. Al netto della discussione sulle primarie, leggiamo in continuazione interviste di esponenti di primo piano che spiegano come il Pd dovrà presto presentare il suo progetto e poi discuterne con le altre forze politiche per formare una alleanza elettorale. Con rispetto parlando, io sono arrivato alla conclusione che queste persone non si rendono conto di quel che dicono. Se Miliband, che ha 40 anni ed è appena stato eletto segretario del Labour, dice che sta preparando un progetto, è una cosa. Ma se uomini e donne politici, che sono da oltre quindici anni alla guida del centrosinistra, annunciano di dover preparare un progetto, franano nel ridicolo perché dopo quindici anni e due esperienze di governo un progetto o c’è – ed è immediatamente chiaro a tutti – o non è ragionevole aspettarsi che possa arrivare.

Con questa offerta politica, gran parte dei delusi dal governo, e molti scorati dalla fragilità politica dell’opposizione, sono pronti ad astenersi, e dunque svuotare il momento elettorale di significato. In questo scenario, temo che le istanze dei giovani che protestano continueranno a restare senza rappresentanza.