Errata corrige

Ieri nelle mie 45 righe settimanali per l’Unità me la prendevo contro le levate di scudi ideologiche che hanno attaccato senza riflessioni degne di questo nome la legge di Formigoni per aiutare donne che vorrebbero abortire per motivi economici a non farlo, e la parificazione dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini.

Sono contento di dover ammettere di essermi sbagliato, nel senso che invece cose sensate ne sono state scritte. In particolare nello stesso numero di quel giornale:  non potevo saperlo ma potevo essere più ottimista (non concordo il contenuto dei miei pezzi in anticipo). Alessandra Bocchetti, esponente femminista di lungo corso, ha scritto un bel pezzo in cui spiega quel che intendevo dire in maniera molto più articolata e puntuale.

Bene, benissimo la pensione delle donne all’età di 65 anni! Ecco cosa rispondo alle tante persone che in questi giorni chiedono un mio parere a proposito. No, non è un paradosso, né ironia, ma solo speranza. Infatti noi donne dovremo affrontare una vita che si fa sempre più impossibile e, chissà, forse necessità farà finalmente virtù. Questa è la mia speranza, lo confesso.

Il suo ragionamento non ha nulla a che fare con questioni di circostanze mutate, di opportunità, o di risparmi di risorse, ma è tutto centrato sull’uguaglianza da raggiungere nelle cose, e per la quale non esistono scorciatoie.

Ma la cosa più strabiliante del nostro paese è che proprio noi donne ci siamo occupate poco e male di noi e abbiamo intascato e detto pure grazie a scelte politiche che ci riguardavano che, al contrario di quello che sembrava, ci mettevano in un angolo o ci facevano fuori del tutto. Una di queste scelte è per l’appunto il falso e ipocrita privilegio di andare in pensione prima.

In altre parole, per sperare di poter costruire un rapporto più equilibrato nel potere tra i due sessi, bisogna innanzitutto smetterla di considerare uno dei due sessi passabile di generalizzazioni, livellamenti, e privilegi ipocriti di qualsiasi genere.

Personalmente, sento che mi devo difendere dall’idea dell’eccellenza femminile come in gioventù sono stata costretta a difendermi dall’idea dell’inferiorità femminile. Statene alla larga, giovani donne! Mi viene da dire. Tra di noi c’è chi è buona e chi è cattiva, chi è intelligente, chi stupida, chi è eccellente e chi è inetta. Insomma siamo umane ed è questo ciò che conta. E questo deve bastare per autorizzarci a costruire per noi una vita possibile e dignitosa. Non serve altro. Perché Luisa Muraro approva commossa la proposta del Nobel alle donne africane? Mi ha sorpreso, almeno in questo pensavo che andassimo ancora d’accordo. Questa proposta, buona certamente nelle intenzioni, a me  femminista sembra invece indecente. Cosa hanno in più le donne africane per meritarsi il Nobel: forse perché, in aggiunta all’elenco sopracitato, sono le donne più violentate dei cinque continenti e che a molte di loro le cuciono il sesso dabambine? Forse perché sono martiri? Sono eroine? Non ho mai potuto soffrire chi ha la pretesa di costruire la propria identità nel dolore e nel vittimismo, ho in sospetto perfino il sentimento del coraggio come terreno identitario, e della pazienza e sopportazione nemmeno se ne parli.

Il resto qui (PDF) a pagina 35.