Il momento degli anni Novanta

In questi giorni si sono concluse due produzioni televisive entrambe ambientate nei primi anni Novanta.
La prima è 1992, prodotta da Sky, che racconterà il periodo di Tangentopoli.
La seconda è 20 anni prima, ambientata nell’estate del 1994, prequel della popolare serie Una Grande Famiglia.

C’è sempre un momento in cui l’attualità diventa storia. In cui la separazione temporale da un periodo permette improvvisamente di tratteggiare i confini, gli stili e di generare le prime strutturate nostalgie. Ecco, credo sia arrivato il momento dei ’90. Nella seconda produzione, 20 anni prima, c’è il mio zampino. L’ho ideata e prodotta e mi sono divertito moltissimo a riempirla di oggetti feticcio. Eccone qualcuno:

– Una appiccicosissima manina appiccicosa delle patatine Highlander verde smeraldo, con cui si riesce ancora a rubare una banconota da 10 euro a un metro di distanza. È ancora divertentissima. Se avessi dei soldi e volessi entrare nel mercato dei giocatoli, produrrei manine appiccicose. Senza dubbi.

– Una slinky rosa, le molle che scendevano le scale, che ad un certo punto si attorcigliavano e non riuscivi più a liberarle. Quelle sono meno divertenti, oggi.

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– I ciucci. Quei mostruosi ciucci di plastica, perlati, opachi, vagamente profumati di bambola, che le ragazzine collezionavano con inspiegabile avidità.

– Il walkmen subacqueo (che non era davvero subacqueo) della Sony, quello giallo. Chè non c’era già più bisogno della matita per riavvolgere la cassetta, ma che quando le batterie si scaricavano le canzoni andavano più lente.

– Il Canta Tu, micidiale rovina-feste, con le sue basi Midi di repertori da balera.

– Il Pisolone, vera star della serie. Un sacco a pelo di forma animalodie (noi abbiamo il coniglio) più caldo di un forno a microonde e più sintetico di una maglia di calcio.

– Il Crystalball, oggi venduto in versione revival dai negozi di paccottiglia cinese, con il suo odore di trielina e la sua consistenza invitante.

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E poi Kodak usa e getta, braccialetti a scatto, floppy disc, camicioni a righe, Beverly Hills e What is love. Romario e Bebeto, All that she wants sparata dai radioloni a spalla. La Uno e la Punto. Hotel, che se prendevi il President al primo lancio avevi già vinto il gioco. Nord Sud Ovest e Rotta per Casa di Dio. La scheda telefonica e il «buongiorno signora mi passa sua figlia?».

Penso che questo sia solo l’inizio. Presto arriveranno prepotenti, gli anni ’90.

Io li ho chiaramente idealizzati. Forse perchè ero piccolo, ma la sensazione è che fossero l’apice di una civiltà. Il punto più luminoso prima del buio.

Clinton regnava sovrano, poi sarebbero arrivati Blair, Prodi e Jospin con le sue 35 ore. La socialdemocrazia, pur con le prime privatizzazioni, era ancora fortissima e stava prendendosi la rivincita sulla deregulation del decennio precedente. L’economia pompava che era un piacere. C’erano i Radiohead i Nirvana i Blur e gli Oasis, Fat Boy Slim e Bjork. L’Italia aveva la migliore nazionale di Volley della storia del Volley. Aveva il campionato di calcio più bello del mondo con le insopportabili sette sorelle, che vincevano tutte le coppe. Chi faceva il lavoro che faccio io guadagnava 12 milioni al mese. La gente comprava i giornali, i cd ed andava al cinema.

C’era il sole. Non pioveva mai. Non esistevano i poveri né le tasse.

Scherzi a parte, negli anni ’90 forse si stava da schifo. Non lo so. Ma si pensava che le cose sarebbero sempre andate meglio. Lo si è pensato per 50 anni, che il domani non poteva che essere migliore di ieri. Ora non lo so.

Per questo ho adottato il pisolone di scena sul divano della sala e faccio molta fatica a metterlo via. Ma non ci dormo dentro, vi giuro. La nostalgia va bene, ma con qualche compromesso.

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