Reas Syed, candidato in Lombardia

Nel voto alle regionali c’è la preferenza, lo sappiamo. Facebook in questi giorni ce lo sta ricordando spesso. Quasi tutti i miei amici radical chic pompano Luciano Muhlbauer, tipo a posto, che scherza molto sulla difficoltà di posizionare l’H nel suo cognome. Tutto il mio giro di amici “cinema” spinge Gianfilippo Pedote, stimato produttore indipendente che promette di rilanciare il cinema lombardo. Poi c’è Pietro Bussolati, coetaneo molto sostenuto dalla frangia liberal del PD milanese.
Non contento, mi sono fatto un giro sui profili di ogni candidato sinistroide. Credo che dovremmo farlo tutti. Vi dico chi mi ha incuriosito. Così per stimolare un po’ di dibattito.

Le pagine di chi si candida sono tutte uguali. Hanno quasi sempre programmi condivisibilissimi, curriculum
ineccepibili. Quasi sempre sorrisi o espressioni da statista wanna be.
Qualcuno lo conosco e non mi piace. Poi vedo un nome tra i candidati del PD che mi colpisce, per ragioni facili: Reas Syed. Ci clicco e vedo un volto esotico, serio.
Nel votare siamo sempre attratti dalle biografie. Non ci possiamo fare niente. Chi è questo ragazzo pakistano, della mia età, che corre per la regione?
Lo cerco su Facebook. Lo spio. Scopro che abbiamo quasi la stessa età, entrambi milanesi, percorsi simili. È laureato in giurisprudenza e da tempo si dedica al tema dell’integrazione delle seconde generazioni.
È un argomento che mi ha sempre intrigato, ci ho addirittura scritto un film che non girerò mai. Gli scrivo. Vorrei fare due chiacchere con lui. Ci sentiamo al telefono.

Reas non è sostenuto dall’establishment, quindi se un elettore curioso vuole fare due chiacchere con lui, deve fare due chiacchere con lui. Non lo invidio.
Reas parla con quel vago accento dei giovani di Milano che io ho perso. Ormai, potrei dire, è più milanese di me. Eppure non è nato in Italia. Si è trasferito con la famiglia quando aveva 8 anni.
Oggi sogna di diventare il primo assessore “diversamente italiano” (come scherza lui) in Italia.
Eppure nei primi mesi a scuola non capiva niente. Stava in fondo alla classe, intimidito. La prima scintilla integrativa gliel’ha data Stefania, compagna di banco di seconda elementare. Vedendo questo compagno stravolto e incapace di comunicare con il resto della classe, lo avvicina curiosa e gli dice: «Sembri stanco». Reas ovviamente non capisce. Ammicca. Stefania è tenace.
In classe c’è un vocabolario italiano-inglese. Gli dice: «tired». Pronunciato all’italiana.
Reas è in difficoltà. Poi lei (che deve essere diventata una donna fantastica) gli mostra la parola sul dizionario. Reas finalmente capisce e si sblocca. Da lì in poi la strada per diventare milanese è tutta in discesa.

È l’unica cosa un po’ personale che sono riuscito a farmi dire. È un po’ formale Reas. Tiene a dirmi che si è laureato con 110 e lode in giurisprudenza, nonostante per la legge italiana non fosse ancora cittadino del nostro paese. Lo sarebbe diventato poco dopo, finalmente.
È serio Reas. Gli chiedo se abbia una formula magica per risolvere la questione abitativa, lui mi rimprovera, deciso. «Non esistono candidati tuttologi». Reas non ha neanche trent’anni e non gli interessa millantare competenze che non ha.
Lui ha due obiettivi fondamentali. Far approvare la legge regionale sull’obbligo di retribuzione degli stagisti e mettere a punto un piano di integrazione per le seconde generazioni.
Secondo Reas gli immigrati non sono un’opzione. Esistono, esisteranno e saranno sempre di più. L’integrazione è l’unico modo per avere una coesistenza pacifica e a livello degli altri paesi europei. Per farlo vorrebbe istituire delle borse di studio regionali che incentivino i figli degli immigrati a iscriversi all’università. Una politica attiva per coinvolgere le comunità di stranieri nel nostro sogno di crescita e di merito. Io sono piuttosto d’accordo. Non è difficile esserlo.

Abbiamo parlato una mezz’ora, io e Reas. Di Renzi e Bersani, del liceo Volta (che ha fatto lui) e del liceo Parini (che ho fatto io). E di tante altre cose.

A me è sembrato asciutto, serio, progettuale.

Così, volevo dirvelo.

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