Koyaanisqatsi

Una delle cose che mi sono piaciute di “The tree of life”, il film di Terence Malick che ha vinto a Cannes, è stata che poi se ne discute molto con amici e conoscenti. E tra i temi e i riferimenti che a un certo punto io faccio entrare nella conversazione c’è Koyaanisqatsi. E a quel punto gli interlocutori reagiscono in due modi opposti: quelli più giovani mi guardano chiedendosi se mi sia impappinato volendo dire qualcosa di sensato; quelli meno giovani si illuminano e rispondono “ehi, già, Koyaanisqatsi!”.

Visto da oggi, Koyaanisqatsi appare in effetti anacronistico e completamente superato, digerito. Era, lo dico per quelli della prima categoria, un film-documentario del 1982 di Godfrey Reggio con le musiche di Philip Glass che al tempo si fece molto notare. Era una cosa nuova, sorprendente, che raccontava il mondo, la natura, la civiltà attraverso sequenze di nuvole in movimento, deserti, immagini accelerate, turbinii di macchine e scale mobili, luci che andavano e venivano. La musica di Glass faceva l’altra metà dell’effetto. Non si era mai vista una cosa del genere.

Oggi si è vista e si vede un milione di volte. YouTube è piena di idee spettacolari figlie di quei metodi: piano-sequenze di pezzi di mondo, stop-motion, natura che cambia e movimenti che si accavallano. E poi c’è Malick, con i suoi pianeti e deserti e nuvole e grattacieli. Chissà che effetto fa, a vederlo oggi la prima volta, Koyaanisqatsi.


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