Luoghi nuovi per il design e l’architettura

Fare un viaggio di lavoro in Svezia e pensare, a ogni angolo di parco ben tenuto, di città vissuta civilmente, di musei abitati serenamente da famiglie e da tante mamme con bambini gattonanti come se fossero nel soggiorno di casa, che in Italia non è così, equivale ad attivare il tradizionale sistema del fuoco amico su di una crocerossa in fiamme e con le gomme bucate. Ho combattuto per quattro giorni con questo sentimento irresistibile, troppo facile, mi dicevo, e poi in fondo il signor Ikea era filo-nazista, in fondo dentro ogni svedese si nasconde un’assassino seriale, e poi questi nordici mangiano male, vuoi mettere il nostro pesce confrontato con le trote di lago mescolate alle arance, marmellata e rafano?

Detto questo, e rassicurata la coscienza, maltrattata da una paesaggio seriale di cose che vorrei quotidianamente nella mia vita di cittadino italiano, credo anche che sia necessario pensare/sperare alto, non accontentarsi, come vorrebbero in molti, di una condizione mediocre in costante peggioramento, e cercare i buoni esempi, quelli possibili e veri, per trasformarli in obbiettivi reali a cui puntare e in cui credere.

I buoni esempi (la “buona notizia” della Gabanelli per intenderci, o le storie a cui Riccardo Luna ci aveva abituati sul suo Wired) sono ovunque, in casa nostra e fuori, e da queste belle storie, che vorrei trovare più spesso nei giornali, credo sia necessario ripartire, per fare capire che è possibile fare meglio, che oltre al clima, reale, di scoramento e preoccupazione diffusa, siamo chiamati a cercare esperienze, persone, luoghi a cui aggrapparci, da studiare, per fare in modo che il Paese che viviamo possa migliorare e, magari, cambiare.

Ero a Stoccolma per seguire un seminario dedicato alla cura e alla produzione di mostre, eventi e laboratori dedicati all’architettura e al design contemporaneo. L’evento era prodotto dal Museo Nazionale d’Architettura e raccoglieva alcune tra le voci più evolute e sperimentali, quasi sempre provenienti da istituzioni e organizzazioni che si potrebbero definire periferiche, ma che invece stanno cambiando il modo di fare cultura e progetto oggi.

E allora si sono alternati alla parola, Storefront di New York e la Graham Foundation di Chicago, lo Z33 di Hasselt e CASCO di Amsterdam, la Fondazione SALT di Istanbul, il Moderna Museet e il centro Iaspis di Stoccolma. L’occasione di questo incontro nasceva da una mostra, ospitata dal museo a maggio e dedicata a Italy the new Domestic landscape, una mostra leggendaria dedicata al design e all’architettura radicale italiana, prodotta dal Moma nel 1972, e diventata il primo blockbuster nella storia di quel glorioso museo. La mostra che celebra questo evento storico è partita dalla Columbia University a New York e, nell’ultimo anno e mezzo, è passata per Basilea, Barcellona e Stoccolma con un crescente e, inaspettato, successo di pubblico.

È partendo dall’omaggio a quell’evento, alla sua capacità di essere visionaria, politica e sperimentale, che i curatori invitati e una serie di progettisti hanno presentato le loro belle storie. Si tratta di istituzioni aiutate dallo Stato, perché considerate preziose e necessarie per fare avanzare le ricerche e dare spazio a tanti giovani autori, ma insieme capaci di trovare molte risorse esterne che le consentano una certa autonomia d’azione. E in tutti i casi presentati, le mostre tradizionali e le conferenze, erano solo una parte delle attività prodotte che, invece, si allargavano alla relazione attiva e propositiva con le comunità locali (dalle chiese abbandonate in Belgio passando per una casa comune sperimentale nella periferia di Amsterdam, alla collaborazione con i piccoli produttori di lampadari sotto sfratto nel quartiere di Beyoglu a Istanbul) e a una costante attività di borse di studio e residenze per studenti e giovani progettisti.

È questo aspetto che mi ha particolarmente colpito, soprattutto durante una visita e incontro negli uffici di Iapsis, agenzia governativa dedicata ai giovani professionisti svedesi e stranieri che vogliano dedicare un breve periodo della propria esperienza a lavori innovativi e a semplici periodi di ricerca no-profit. Il Centro è ospitato in un ex Tabacchificio ed è organizzato intorno una decina di atelier dove ogni anno passano tanti giovani artisti, designer e progettisti, e a una serie di piccoli spazi comuni che facilitino lo scambio e il confronto.

L’obiettivo dichiarato di Iaspis è, da una parte, quello di favorire le relazioni tra autori locali e realtà internazionali, ma, dall’altra, quello di facilitare nei professionisti e ricercatori che abbiano voglia di mettersi in discussione, un periodo di vuoto, di silenzio in cui studiare, pensare senza l’assillo del risultato immediato, lavorando con tempi diversi, indagando strade che i ritmi di lavoro normali non consentirebbero.

E i risultati? Scambi che si attivano tra giovani autori svedesi e altre realtà culturali e produttive nel mondo, e autori che tornano rigenerati nei propri studi e nelle loro università con nuove idee, ricerche da portare avanti, ipotesi innovative da approfondire.
Camminando per quegli spazi bianchi e ariosi scambiavo occhiate d’invidia con alcuni amici italiani e americani, e il primo commento è stato che con tutto questo sistema protetto la Svezia, in fondo, non ha prodotto autori di peso da decenni. Sarà anche vero, ma non voglio liquidare questa bella storia con il cinismo acido di chi sa di non poter vedere esperienze simili nel proprio Paese.

E mi domando perché istituzioni riconosciute come la Triennale di Milano, la Biennale di Venezia o il Maxxi di Roma, non abbiano il coraggio di ripensare un sistema dedicato unicamente alla produzione di grandi eventi (non sempre all’altezza del nome e della storia delle istituzioni che le promuovono) aprendosi a un Paese che sta cambiando e che ha bisogno di risposte e di energie diverse? Perché queste istituzioni, e le tante Fondazioni e realtà produttive avanzate sparse nel Paese, non decidono d’investire in programmi massicci di residenze per progettisti e di scambi con realtà più evolute? Perché tutte queste istituzioni votate alla produzione e alla diffusione della cultura nel Paese non investono nel dialogo con le realtà urbane e territoriali in cui sono radicate, diventando dei veri laboratori, liberi e influenti?

In un Paese che produce una devastante disoccupazione giovanile e una desolante fuga d’intelligenze, la risposta più giusta e potente a questo fenomeno dovrebbe arrivare da scelte radicali e coraggiose prodotte anche dalle nostre Istituzioni Culturali. Sarebbero veramente scelte forti capaci di dimostrare che la cultura non è parola vuota o prodotto da salotto, ma è anima, identità, forza di una società, che la cultura è sostanza impalpabile del nostro essere nel mondo, è la nostra lingua invisibile, l’eredità per i nostri figli e la nostra ricchezza diffusa.

E allora, in attesa che uno qualsiasi dei direttori delle nostre istituzioni faccia un vero colpo di testa che meriti una delle prossime “belle storie” di cui parlare volentieri, consiglio tanti, piccoli viaggi low-cost alla scoperta di realtà vitali e rigeneranti come quelle descritte, magari anche per riportare in Italia quei virus del cambiamento di cui tutti sentiamo l’esigenza.