L’età del bullismo

Dopo tanto tempo, sabato sarà scelto il nuovo leader della CDU, il partito che Angela Merkel ha guidato di fatto negli ultimi vent’anni. In questi decenni al potere, Merkel è stata apprezzata in modo trasversale per la sua serietà. Tra le figure politiche di primo piano, è stata una delle poche a comportarsi in modo adulto, a parlare con misura e a rispettare l’intelligenza dei cittadini, anche nel corso della pandemia.

Ormai da alcuni anni Merkel viene rappresentata come la vera leader del mondo libero. Solo negli ultimi mesi, gli scontri con Donald Trump e l’ospitalità offerta al leader dell’opposizione russa Alexei Navalny hanno consolidato questa immagine. Non è del tutto chiaro quanto Merkel finisca per spiccare grazie alla miseria del panorama politico che la circonda: in fondo, titubanze e reticenze di Merkel a volte hanno finito per complicare delle crisi anche gravi – come durante la crisi dell’euro o la deriva autoritaria in Ungheria.

Si può discutere se Merkel sia stata all’altezza di altri leader occidentali degli scorsi decenni. Di sicuro, ha dimostrato di ricordarsi molto meglio di tanti colleghi e osservatori le lezioni sul bullismo apprese ai tempi delle scuole medie.
Più che di età del populismo, per descrivere la politica e il dibattito pubblico contemporanei bisognerebbe forse parlare di età del bullismo. Le dinamiche sono esattamente quelle: l’aggressività che si sposa col vittimismo, le esibizioni di forza che nascondono la debolezza e i complessi di inferiorità, il rinchiudersi in gruppetti, il tanto più urlare quanto meno si sa cosa dire.

Gli scienziati politici stanno rivolgendo sempre più attenzione al ruolo della psicologia e delle emozioni nella sfera politica – ma c’è ancora chi pensa che i politici contemporanei possano essere considerati degli adulti razionali e risolti. Andrebbe riconosciuto che spesso ci troviamo a che fare con dei ragazzini insicuri e aggressivi, da gestire nei soli modi efficaci che si conoscano.

Regola n° 1, mai dare visibilità ai bulli, neanche per criticarli. Cercano la zizzania, e quello di cui più hanno bisogno per esistere è che qualcuno gli dia corda. Dovrebbe essere scontato, ma in generale non è una buona idea rilanciare un video o un post di Matteo Salvini o di Donald Trump (e forse nemmeno lasciargli in mano uno smartphone…).

Regola n° 2, mai andare incontro ai bulli, illudendosi di ammansirli. A blandirli o ricorrerli si fa solo il loro gioco, e ci si perde in autonomia e credibilità. Si finisce per diventare gregari dei bulli, pavidi e patetici. Finalmente l’hanno imparato alcuni repubblicani negli Stati Uniti – e dovrebbe averlo imparato anche il centrodestra europeo, che si è fatto ripetutamente tentare dal populismo e dalla xenofobia nell’ultimo decennio.

Regola n° 3, chiamare i bluff. Se i bulli giocano alle esibizioni di forza, può essere utile metterli di fronte ai rapporti di forza reali. È quello che l’Unione europea, seppure con qualche esitazione iniziale, ha fatto con successo quando i governi polacco e ungherese hanno posto il veto al nuovo bilancio comune, ed è quello che l’Italia dovrebbe fare con l’Egitto di Al-Sisi. D’altra parte, quando vanno al governo i bulli sembra che debbano spaccare il mondo – ma poi si mostrano spesso molto scarsi, come Salvini o il Movimento Cinque Stelle.

Regola n° 4, rifiutare il campo di gioco costruito dai bulli, che è loro congeniale. Rifiutare gli schemi in cui vogliono costringere il dibattito pubblico, e spostare invece il discorso impostandolo in modi nuovi e alternativi. È quello che il centrosinistra in Italia è del tutto incapace a fare, ma è quello che fece Merkel quando aprì ai rifugiati siriani nel 2015, o quello che fece Emmanuel Macron in campagna elettorale, quando sposò, perlomeno a parole, l’europeismo con grande entusiasmo. Per costruire un campo di gioco diverso servono visione, idee, e organizzazione: come ha mostrato il movimento delle donne in Polonia, un contrasto efficace ai bulli può partire anche dal basso.
I politici e gli osservatori attaccati alla democrazia dovrebbero ricordarsi di quando erano alle medie, e opporsi al bullismo negli stessi modi che funzionavano a scuola, senza ambiguità. Ci sarebbe poi da provare a fare anche un secondo passo, di quelli che riescono agli insegnanti più bravi: e cioè rifiutare sì con fermezza tutti i capricci e le bravate dei bulli, ma sforzarsi allo stesso tempo di ascoltare le fragilità e il disagio che ci stanno dietro.

Angela Merkel ha spesso mostrato di conoscere e governare queste dinamiche meglio di tanti altri, e ne ha tratto senz’altro beneficio. Proprio per questo, la scelta di non contrastare il bullismo di Orban con fermezza risalta però come una macchia sulla sua eredità politica. In Ungheria, Merkel e il suo partito hanno avuto in tutti questi anni una grande influenza, ma per motivi non ancora del tutto chiari hanno scelto di lasciar fare ai bulli.