Uno spunto per il governo dalla Commissione europea

Il secondo governo Conte e la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen sono nati con cinque giorni di distanza. Ma la distanza reale tra i due esecutivi è molto più ampia. Non si tratta solo della loro diversa composizione: la Commissione europea prevede un posto per ogni nazionalità, mentre il governo italiano non garantisce la rappresentanza di tutte le regioni (“non c’è nessun toscano!”).

La Commissione non esprime poi una coalizione di governo – tanto che fino a poche settimane fa si immaginava che il commissario europeo nominato dall’Italia sarebbe stato un esponente della Lega, orgogliosamente all’opposizione nel Parlamento europeo.

La vera distanza temporale tra l’esecutivo italiano e quello europeo non è di cinque giorni, ma di cinque decenni. Sta nelle deleghe che sono state assegnate ai loro membri – e in particolare nelle deleghe speciali, cioè quelle che non corrispondono a dei dicasteri esistenti. Il governo Conte II potrebbe tranquillamente essere un governo degli anni Settanta: gli incarichi originali che prevede (i cosiddetti ministri senza portafoglio) vanno a occuparsi di Mezzogiorno, famiglia, affari regionali. Gli incarichi speciali che prevede la Commissione von der Leyen vanno invece a occuparsi di rivoluzione digitale e di “Green New Deal” – e non vanno a figure di secondo piano, bensì agli esponenti di maggiore peso della Commissione.

Come i suoi predecessori, il governo Conte II pare non essersi accorto che le questioni urgenti degli anni Venti del 21° secolo non sono solo quelle che erano urgenti cinquant’anni fa. L’introduzione di una ministra per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione non fa molta differenza: si spera che Paola Pisano faccia un ottimo lavoro, ma è evidentemente una figura politica debole che può contare su poche risorse.

Se le politiche per l’era digitale fossero davvero considerate una priorità per il paese sarebbe in effetti contraddittorio relegarle a un ministero senza portafoglio – una figura buona al più per gestire lo sport o tenere i rapporti tra il governo e le altre istituzioni. D’altra parte, sarebbe un lavoro immane riformare la struttura dei ministeri per crearne di nuovi e più attuali. Né sarebbe efficace chiedere di occuparsi del digitale o del cambiamento climatico a dei fumosi comitati interministeriali.

Per affrontare le questioni più urgenti e complesse del nostro tempo servirebbero piuttosto dei super-ministri, come lo sono Margrethe Vestager e Frans Timmermans a Bruxelles. La soluzione adottata da Ursula von der Leyen (ispirata in parte a quella introdotta dal suo predecessore) è effettivamente interessante: delegare le maggiori priorità politiche a dei vicepresidenti dell’esecutivo, incaricati di guidare e coordinare gli sforzi degli altri commissari.

In tutto il dibattito sull’eventuale nomina di uno o due vicepremier che ha preceduto la formazione del nuovo governo Conte la carica di vicepresidente del Consiglio era invece intesa grosso modo come un titolo onorifico. I vicepresidenti esecutivi della Commissione europea non sono dei commissari con una mostrina più degli altri, ma possono davvero esercitare un’influenza trasversale su interi settori e sull’attività di molteplici direzioni generali (i corrispettivi dei ministeri nazionali).

È mai possibile nel 2019 pensare di confinare le politiche per lo sviluppo sostenibile e contro la crisi climatica al solo ministero dell’ambiente e della tutela del territorio? Non sarebbe più efficace prevedere una figura di coordinamento di tutte le azioni che i vari ministeri dovrebbero intraprendere, da quello per lo sviluppo economico a quello delle infrastrutture e dei trasporti, passando per quelli dell’agricoltura e della ricerca?

In modo simile, è problematico delegare quasi solo al ministero degli interni la gestione delle migrazioni. Non sarebbe utile se il coordinamento delle azioni che riguardano una questione così cruciale e sfaccettata fosse responsabilità di un esponente di primo piano del governo, in grado di assicurare coerenza e sinergia tra le attività svolte dal ministero degli interni, da quello degli esteri, da quello delle politiche sociali?

L’altra enorme questione di questo secolo, la rivoluzione digitale, non rimane solo ai margini della struttura di governo (del resto Giuseppe Conte conosce solo una fantomatica “info-telematica”), ma anche al di fuori dell’orizzonte dei partiti politici. Qual è la posizione dei grandi partiti italiani sui diritti digitali, sul ruolo dei poteri pubblici nella rete, sulle politiche di raccolta e utilizzo dei dati? Pochissime idee, spesso confuse, talvolta sbilenche. Con un governo e partiti senza una visione complessiva sul digitale, è impossibile sperare in politiche incisive.

Poi certo, è chiaro che la struttura dei governi e la ripartizione delle competenze tra i ministri non bastano: a fare la differenza vera sono le persone e i contenuti che ci mettono. Se il vicepremier con delega all’immigrazione dovesse essere Salvini probabilmente sarebbe meglio non avere una figura del genere, e se non potessimo avere una personalità come Vestager forse non varrebbe la pena avere un vicepremier con delega al digitale. Ma non è una gran soluzione affidarsi alla sola Unione europea e rimanere senza politiche nazionali chiare e coerenti sulle grandi questioni dei prossimi decenni.

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