Magari avessimo un governo giallo-verde

Il governo di Giuseppe Conte s’è preso l’etichetta di governo “giallo-verde” (o “giallo-blu”, secondo alcuni). È un’etichetta efficace nel suggerire un’immagine di freschezza, ma questa parvenza primaverile edulcora e nasconde il vero profilo della maggioranza. Ci sono ben poco giallo e verde in questa alleanza: il governo Conte non è solo il governo più nero nella storia della Repubblica, ma è anche il più nero d’Europa.

Al Parlamento europeo la Lega si accompagna con Marine Le Pen all’interno di Europa delle Nazioni e della Libertà, mentre il Movimento 5 Stelle ha scelto di fare parte di Europa della Libertà e della Democrazia Diretta, il raggruppamento composto anche dall’UKIP di Nigel Farage e dall’estrema destra tedesca AfD – una scelta di campo ponderata, deliberata e in fondo coerente con l’impianto ideologico del partito.

L’Italia è l’unico stato dell’Unione europea governato da questi due gruppi di estrema destra – ed è il primo paese europeo governato dalla destra radicale a partire dal 1945. Fino a oggi, era al più accaduto che qualche partito di questo tipo aderisse a maggioranze di governo guidate da partiti più moderati, come accade attualmente in Austria e Slovacchia. Da una prospettiva europea, persino il partito di Viktor Orbán in Ungheria (membro del Partito Popolare Europeo) e quello di Jarosław Kaczyński in Polonia (alleato dei Tories britannici) risultano meno di destra rispetto alla Lega e al Movimento 5 Stelle.

Certo, non sempre l’adesione a una determinata famiglia politica europea rispecchia in modo accurato il posizionamento delle forze che vi fanno parte e i loro rapporti di reciproca vicinanza – ma forse è il caso di rendersi conto che non ci troviamo affatto di fronte a un governo giallo-verde, ma a un governo molto nero (altro che “con qualche sfumatura di nero”). È quindi il caso di attrezzarsi rapidamente, prendendo sul serio la portata storica della sfida che viene posta.

Non scommetterei un euro sulla durata quinquennale del governo Conte (né peraltro sul mantenimento del limite dei due mandati per Luigi Di Maio e i suoi colleghi). Realisticamente l’orizzonte attuale di questo governo arriva alle elezioni europee del maggio 2019: quelle elezioni costituiranno l’occasione per verificare il consenso nei confronti dei partiti della maggioranza, misurare i loro relativi rapporti di forza, ed eventualmente sarà l’opportunità per rivedere la composizione del governo.

Per questo, l’opposizione dovrebbe darsi maggio 2019 come orizzonte temporale per trovare un nuovo assetto e dei messaggi convincenti, assieme a tutti coloro che hanno a cuore l’approfondimento dell’integrazione europea. L’anno prossimo potremmo finalmente assistere a una campagna elettorale giocata davvero sui temi europei, come non siamo mai riusciti ad avere: i modelli di integrazione europea sono tanti, e parlarne e discuterne apertamente non può che farci bene – purché sia possibile sentire anche altre voci rispetto a quella del nostro governo nero-nero.

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