La ballata di San Vito

15 giugno – San Vito (♱303, patrono di un sacco di posti e di una trentina di categorie professionali, invocato in tutte le patologie che contemplano convulsioni). 

San Vito nel calderone di pece (miniatura tedesca).

Vito era un bambino agitato, alzi la mano chi non lo è stato. Il padre gli diceva: vuoi star fermo? Non è che se smetti di correrci non si chiama più corridoio. E quelle sono posate, non bacchette del tamburo. Ce la fai a star seduto mentre mangi? T’ha punto un ragno, t’ha morso un serpente, si può sapere cos’hai? E Vito, sempre: Scusa papà!, perché alla fine era un bambino perbene: ma non lo tenevi neanche con le catene.

“Io un giorno chiamo Diocleziano e gli racconto che sei un cristiano”.

“No papà dai, non lo farò più”.

“Non farai più cosa?”

“Non lo so, cosa stavo facendo?”

Vito faceva il distratto, alzi il piede chi non l’ha mai fatto. Perché in verità era cristiano sul serio: l’aveva convertito il suo maestro, che poi era San Modesto. E non aveva ancora finito di asciugarsi dall’acqua del battesimo che si era già messo a fare miracoli a destra e a manca; ora si capisce che un santo i miracoli ogni tanto li deve fare, ma Vito proprio non se li teneva, gli scappavano da tutte le parti. Ti guariva la psoriasi anche solo a guardarlo da lontano, anche solo a pensarci. San Modesto gli diceva: ti vuoi calmare? Hai tolto la rabbia all’intero canile, vuoi mandare sul lastrico i veterinari? Non c’è più un caso di encefalite da Praga a Mazara del Vallo: e i dottori che cosa faranno? Anche Cristo si è fermato a Eboli: tu dov’è che pensi di andare? E Vito, sempre: scusa Modesto! perché alla fine era un bambino onesto: ma niente da fare, come si voltava ricominciava a mollare miracoli dappertutto.

“Guarda che arriva Diocleziano, guarda che scopre che sei cristiano”.

Difatti un bel giorno arrivò, lo processò e lo condannò. Ma Vito era un po’ iperattivo, chi non lo è stato controlli se è vivo. Vuoi stare un po’ fermo, gli diceva Diocleziano mentre lo immergevano nella pece bollente, non vedi che sporchi dappertutto.

“Guarda qui che macello, ci sono macchie di pece fino in Basilicata”.

“Scusa Cesare”.

“Augusto, io mi chiamo Augusto, Cesare è il mio vice, ma a scuola non la studiate più la tetrarchia?”

“Non lo so, ho perso il diario”.

“La solita scusa, anche mio figlio non fa in tempo a scriversi i compiti che…”

“Tuo figlio in realtà è indemoniato”.

“Ti dirò che la cosa non mi sorprende affatto”.

“Comunque l’ho guarito”.

“Meno male, adesso se non ti dispiace potresti smettere di accarezzare quel leone?”

“Ma perché? È così carino”.

“Non è carino, è una belva feroce, è anche paurosamente magro, non mangia da una settimana, l’abbiamo liberato in questa arena affinché ti morsichi a morte e tu gli stai facendo i grattini dietro alle orecchie”.

“Senti che fusa, senti”.

“Va bene, ho capito, portate via il leone, proviamo col supplizio del cavalletto. Io non li sopporto questi cristiani. Han così tanta voglia di morire e poi alla prova dei fatti non muoiono mai. Li immergi nella pece e non si scottano, liberi i leoni e fanno le fusa. Abbassi la scure e la scure rimbalza. Li lanci dalla finestra e s’involano con gli angeli, ma che razza di religione è. Se proprio ci tieni a morire, non puoi star fermo un attimo e aspettare che ti ammazzino? E adesso cosa c’è? Cosa dice il boia?”

“Cesare, si dimena troppo, non riusciamo ad appenderlo”.

“AUGUSTO! MI CHIAMO AUGUSTO! È da vent’anni che ho implementato questa cazzo di tetrarchia e ancora i sottoposti non sanno come chiamarmi ma dico io, le leggete le circolari?”

“Ma Maestà…”

“Non si dice Maestà, non siamo in una fiaba medievale, questo è l’impero romano e io devo essere chiamato Au-gu-sto, Au-gu-sto, Gaio Aurelio Valerio Diocleziano per i biografi. E il cristiano nel frattempo che fine ha fatto?”

“Credo che… si sia involato con gli angeli”.

“No vabbe’. Io esco. Vado a Spalato a coltivare i cavoli, con vent’anni di contributi da imperatore credo di potermi permettere una villetta in campagna”.

L’angelo aveva portato San Vito alla foce del fiume Sele, dove fece giusto in tempo a morire a causa delle torture, e salito in paradiso cominciò a tormentare anche i santi. Ma vuoi stare un po’ fermo? gli diceva San Simeone Stilita. T’ha morsicato un serpente? gli chiedeva San Patrizio. Qua bisogna dargli qualcosa da fare, propose Sant’Isidro contadino. Buona idea, pensò San Pietro: “Vito, ti va di proteggere i farmacisti? Non hanno ancora un patronato, potresti pensarci t–”

“Fatto”.

“Come fatto”.

“Li ho protetti, capo”.

“Ma ti ho detto di farlo due secondi fa”.

“Controlla”.

“Sì vabbe’ ma scusa non si fa così, non te l’ha spiegato San Modesto? Bisogna avere anche un po’ di rispetto per i santi che ci mettono più tempo”.

“Scusa hai ragione, prova a darmi un altro patronato”.

“Eh vabbe’, così, su due piedi… Gli albergatori”.

“Ok”

“Ok cosa vuol dire? Li hai già protetti?”

“No, no, ci sto lavorando”.

“Non fare il furbo con me”.

“Ti giuro capo, non ho già finito, ci sto mettendo più tempo, guarda”.

“Ci hai messo tre secondi in più, Vito, dai, non è una cosa seria”.

“Ma che ci posso fare? Sono nato così”.

“Non c’è nessuna gloria nell’essere nati, io per dire ero nato pescatore. Bisogna sforzarsi un po’, inventarsi qualcosa. Sennò sembriamo palline scagliate dalla racchetta di Dio. Almeno un po’ di effetto, un po’ di libero arbitrio; Dio t’ha fatto tondo? Prova a metter fuori gli angoli. Se Dio ti ha creato veloce tu almeno prova a rallentare”.

“Ma se Dio mi ha creato in un modo…”

“Di sicuro non era per vederti finire nello stesso modo. Dio ama le sorprese”.

“Ma se è onnisciente”.

“Esatto, ama l’unica cosa che non può avere davvero. È per quello che ci somiglia tanto. Ma cosa puoi capirne tu, sei solo un bambino. E probabilmente lo resterai. Ma fa una cosa: proteggimi i birrai, tu che non bevi mai”.

“Protetti”.

“E i bottai”.

“Fatto”.

“I muti e i sordi, tu che non taci mai”.

“Protetti”.

“Gli abitanti di Sapri e di Rijeka già Fiume, in Croazia. Gli idrofobi e i letargici – proprio tu che non dormi mai”.

“Ok”.

“Sei uno spasso, Vito, non invecchiare”.

“Capo, non credo di poterlo fare”.

Vito era un bambino complesso, chi non lo è stato può alzarsi adesso. Batti quel piede, batti la mano, danza con Pietro e con Diocleziano. Tu che se vuoi riesci a stare seduto (e per questo ai maestri sei sempre piaciuto); che se ti dicono “fermo” tu stai, ma io dico “balla”, e tu ballerai. Tutta la notte finché, sfinito, non ti verrà a salvare San Vito. Lui fa in un attimo, stende la mano: su te, su Pietro e su Diocleziano. Così saprai come ci si sente, a non poter star mai fermi per niente: a sentirsi bruciare le ossa, mentre i nervi ti danno la scossa. E avrai pietà anche di quel cristiano: e pietà per Pietro, e per Diocleziano.

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