Un selfie con il nemico

Ieri sera sono andato a dibattere di diritti civili – insieme a Vittorio Feltri, Alfredo Mantovano e J.P Delaume-Myard, di Manif pour Tous edizione francese – ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia, sull’Isola tiberina a Roma. Ci sono andato con convinzione, e con il piacere di poter manifestare quelle che ritengo essere le ottime ragioni che stanno dietro all’idea dell’uguaglianza davanti a una platea completamente ostile.

Di solito i dibattiti sui diritti civili si fanno rigorosamente predicando ai convertiti, e per questo il tema dei diritti delle persone LGBT resta rigorosamente un tema confinato all’interesse della platea dei soli interessati. Un tema di parte: la piccola parte rappresentata dai gay (più amici e parenti) e da una parte della sinistra, quella che normalmente solidarizza anche con gli indios dell’amazzonia, coi panda giganti e con le balene minacciate dagli arpioni del sol levante.

Io credo invece che questa battaglia sarà vinta solo quando il concetto della discriminazione risulterà ugualmente insopportabile a destra come a sinistra, ai baciapile e ai mangiapreti, ai crossdresser e alle casalinghe di Voghera. Aver conquistato Vittorio Feltri, per esempio, è stato un buon passo. Peccato che alla terza parola pronunziata ieri sera, la platea abbia cominciato a contestarlo rumorosamente, cosicché Feltri si è alzato e se ne è andato, lasciandomi da solo a gestire l’incresciosa (a quel punto) situazione.

Devo dire la verità? È andata bene. La mia intenzione, come ho detto subito senza nascondermi, era di fatto quella di esporre quei duecento spettatori a un punto di vista diverso da quello che li bombarda di solito. Provare a rappresentare una realtà quanto più vera possibile e chiedere loro: di questa realtà che ce ne facciamo? Io, quelli come me, le nostre famiglie, esisitiamo e condividiamo il pianeta e la repubblica con gente come voi. Come se ne esce?

Devo essere sincero: mi ha molto aiutato il tenero francese, così esagitato e sopra le righe nel suo ruolo del Quisling di turno. Uno che non si sa se viva bene la sua omosessualità, ma che certo non pare particolarmente sereno in generale. E comunque gli argomenti “contro”, ancor di più se messi in bocca a uno che condanna la “lobby gay” e poi usa la sua omosessualità come un’arma per combatterla, sono deboli sul piano della logica. Così deboli che se solo si riesce a non chiudere tutti i canali dell’ascolto, anche il più truce degli omofobi non può non riconoscere che noi abbiamo le nostre buone ragioni e loro no.

Così, udite udite, alla fine la claque del francese si è progressivamente zittita, e io mi sono beccato pure qualche applauso, qualche stretta di mano (con annesso “non sono d’accordo con lei, ma è stato bravo” in un sussurro), un invito dagli studenti di destra della LUISS e la richiesta di un selfie con i dirigenti delle sentinelle in piedi: precisamente quelli che protestano contro di me, scandendo il mio (my own) cognome nelle piazze di tutta Italia.

Naturalmente ora qualche professionista da social network, di quelli che conducono le proprie epiche battaglie politiche dal divano di casa, protesta sulla rete perché mi sono fatto fotografare con il nemico. Ce ne faremo una ragione: credo infatti che conquistarsi il rispetto di chi la pensa diversamente da noi costituisca una vittoria politica e l’unico lasciapassare per la creazione di un consenso diffuso intorno alle proprie idee.

I settarismi, le ideologie e le appartenenze identitarie hanno dimostrato tutta la propria inutilità. Trovare la propria ragion d’essere non nella forza delle proprie idee ma nell’identificazione di un nemico è una politica che abbiamo avuto modo di testare per vent’anni e che ha lasciato questo paese in mutande. Lasciamo dunque la filosofia del “noi ce la cantiamo e noi ce la suoniamo” ai reduci dei trionfi di tante battaglie fallite, e andiamo avanti.