Enzo Baldoni e io

Una vecchia foto, settembre 1996. Tanti, tanti anni fa. Ci ho ripensato ieri, quando al telegiornale per caso ho sentito che ora sappiamo con certezza che i resti di Enzo Baldoni sono tornati in Italia. Ho ripensato a questa foto bellissima, piena di sole e di gioia, parte di un gruppo di fotografie tutte belle così. Non ho mai parlato di questa storia.

Con Enzo ci eravamo frequentati tanto tempo fa, complice la comune amicizia con Jacopo Fo e i momenti indimenticabili che abbiamo passato, come tutti quelli che ci sono stati, in quel paradiso in terra che è Alcatraz – la casa di Jacopo e Nora vicino a Gubbio. Ci eravamo conosciuti a un corso, tenuto da Jacopo, di Yoga demenziale (secondo alcuni; c’è poi un’altra autorevole scuola di pensiero che lo chiama “Zen occidentale”), ci incontravamo in un posto qui a Milano che chiamavamo “la casa della stupidità” e naturalmente avevamo anche – ispirati dalle gesta di Patch Adams – fondato il partito dei clown, di cui (si intravedevano già le mie pericolose inclinazioni) io ero stato nominato, a furor di popolo, capo supremo. Un sacco di risate, molto affetto, soprattutto la speranza profondissima di poter cambiare il mondo (dentro o fuori di sé) che poi ciascuno ha provato a mettere in atto a modo suo: basti pensare che nel nostro gruppo più di uno è arrivato ad Alcatraz per un weekend e non se n’è andato mai più. Enzo il mondo tentava di cambiarlo in molti modi: viaggiando, naturalmente, traducendo i fumetti di Doonesbury, inventandosi bellissime campagne pubblicitarie con la sua agenzia, raggiungendo anche lui Alcatraz appena poteva.

E’ stato un periodo bellissimo e lontano. Di Enzo hanno detto che se l’era andata a cercare, pensando così di prenderlo a schiaffi e farlo passare per un poveretto, un ingenuo, uno maldestro che si è cacciato stupidamente in un guaio più grande di lui. Quando è successo non lo vedevo da anni e, nonostante la sorpresa e lo choc di sapere del suo sequestro da un giornale radio, mi dissi che in qualche modo era così, che Enzo era sì andata a cercarsela. Ma che non c’era nulla di stolto o di maldestro in quello che aveva fatto, c’era al contrario il desiderio profondissimo di essere lì dove lui credeva fermamente di dover essere. Era già successo solo qualche tempo prima, quando aveva fatto un avventuroso viaggio per un reportage sul Chiapas e aveva incontrato il subcomandante Marcos che gli aveva rilasciato un’intervista praticamente in esclusiva mondiale.

Me lo ricordo come una persona solare e fisica proprio come lo vedete in questa foto, uno che ti abbraccia e che ti passa volentieri un braccio amico sulla spalla: pensare al suo dolore e alla solitudine della sua prigionia è stato uno sforzo più grande della mia capacità di sentire, come provare a forzare una montagna dentro una scatola per scarpe.

La notizia del ritorno a casa delle sue spoglie è stata forse la prima cosa con la quale io sia riuscito dopo tanto tempo a fare i conti. Sapere che c’è finalmente una terra che si può augurare essergli lieve ha potuto farmi aprire quell’album di fotografie che era chiuso da così tanto tempo.