Donne tatuate nella storia

 

Per l’antropologia, il tatuaggio è una pratica che rientra nella categoria delle modificazioni/alterazioni del corpo largamente e storicamente diffuse pressoché in tutte le società. Ma non tutti sanno che il tatuaggio è una pratica antichissima, ancora prima di quanto si possa pensare. Leggo che: “Le prime tracce del tatuaggio sono state trovate sulla mummia di una sacerdotessa egiziana della dea Hathor, chiamata Amunet e vissuta a Tebe intorno al 2200 a.C. La mummia presentava un tatuaggio sul ventre, per questo gli sono stati attribuiti significati legati alla fertilità”. Inoltre è stato trovato in una grotta in Francia un punteruolo molto appuntito ricavato da un osso di renna che molto probabilmente fu usato per tatuare durante il paleolitico superiore. Alcuni tatuaggi sono stati ritrovati sulla Mummia del Similaun (ca. 3300 a.C.) ritrovata nel 1991 sulle Alpi italiane.
In particolare per quanto riguarda le donne, viene da pensare erroneamente che sia un fenomeno nuovo, semplicemente perché non è comune vedere sul corpo delle signore che ora hanno sui settant’anni delle tracce di inchiostro. Non è così, si scopre infatti che i primi esseri umani tatuati non sono gli uomini ma le donne. Intorno al duemila a.C. furono ritrovate mummie femminili tatuate. Le motivazioni delle marcature corporee potevano essere legate alla fertilità, ma anche alla guerra e al tramandarsi visivo del sapere, come per la “donna dei ghiacci”, una mummia scoperta nel 1993 in Siberia, dopo che era rimasta sepolta per 2500 anni circa. Lei apparteneva a una tribù guerriera nomade in cui le donne combattevano al pari degli uomini. Chi si tatuava, si incideva dei segni sul corpo che dovevano comunicare un messaggio a chi li vedeva. Il tatuaggio poteva comunicare che chi lo portava era un re, un nobile, un valoroso, un guerriero, oppure uno schiavo o un delinquente, o che apparteneva a una setta religiosa, a un esercito, a un gruppo politico, a un movimento culturale e così via. Il tatuaggio poi, era considerato un modo per abbellire il corpo.

In epoca greco-romana si ricorreva al termine “stigma” per indicare le pratiche di marcatura del corpo. Nell’impero romano però l’imperatore Costantino proibì questa pratica allora diffusa con un decreto, appellandosi al passo biblico del Levitico 19,28 in cui si condannavano i marchi sulla pelle.

Anche in Oriente Marco Polo racconta di individui tatuati che incontrava durante i suoi viaggi. È rimasto come elemento di appartenenza culturale il moko, tatuaggio facciale delle popolazioni Maori. È proprio il Giappone che ispira nel 1891 Samuel O’Reilly, il padre del tatuaggio americano, il quale inventa a New York la prima macchina elettrica per tatuaggi (discendente della penna elettrica inventata da Edison nel 1876) che usava tavole tradizionali giapponesi come disegni. Non c’è posto al mondo dunque dove nell’antichità non era diffusa quest’alterazione del corpo. È inoltre attestata nel Medioevo l’usanza dei pellegrini di tatuarsi con simboli religiosi dei santuari visitati, particolarmente quello di Loreto.

Verso metà Ottocento il tatuaggio riconobbe fama e visibilità anche in Europa attraverso l’esibizione di persone tatuate in circhi e fiere, i cosiddetti “freakshows”, mostre di persone ritenute fuori dal comune, tra cui compariva anche Omai, un principe polinesiano col corpo completamente tatuato, e l’introduzione del termine polinesiano “tatau” (che letteralmente significa battere o marchiare ed è una parola onomatopeica che rimanda al ticchettio del legno sull’ago), portato in Europa dal capitano James Cook di ritorno dal suo viaggio in Oriente. In quest’epoca nacque il tatuaggio moderno occidentale. I porti furono i posti in cui venivano eseguiti più tatuaggi: i marinai durante gli spostamenti in Oriente imparavano la tecnica e poi si tatuavano a vicenda. Nei porti aprivano i primi tattoo shop.

Proprio in questo periodo per tornare al discorso delle donne tatuate c’era il fenomeno delle cosiddette “Circus Ladies” che si diffuse negli Stati uniti sul finire del XIX, il quale si concretizzava nell’esibizione in pubblico di donne che avevano il corpo interamente tatuato. Prima fra tutte fu Nora Hildebrandt che, nel 1882, all’età di ventidue anni, con i suoi 365 tatuaggi venne fatta esibire al Bunnell’s Museum di New York. L’artefice della radicale modifica era stato Martin Hildebrandt il padre, un emigrante di origine tedesca il quale praticò un tatuaggio al giorno sul corpo della figlia. Qualche settimana dopo fu la volta della famosa Belle Irene, al secolo Irene Woodward, autoproclamatasi la “originale signora tatuata” e salutata al suo arrivo negli Usa niente meno che da un articolo sul New York Times. Queste due figure contribuirono, benché a titolo diverso, alla nascita delle prime associazioni di donne tatuate per scelta, che si diffusero soprattutto dopo l’invenzione, nel 1891, della macchina elettrica per tatuatori. L’epoca vittoriana fu infatti un prolificare di donne che decidevano di imprimere sul loro corpo immagini d’inchiostro.  “In epoca vittoriana, inoltre, le donne tatuate erano tendenzialmente più indipendenti economicamente rispetto a chi aveva scelto o era rimasta costretta entro uno stile di vita più convenzionale, oltre al fatto ch’esse avevano modo di viaggiare e di spostarsi senza sottostare a mariti e famiglie oppressive”. Stupende le immagini che si trovano qui. Solo con il passare degli anni il tatuaggio si cristallizza in una visione associata prevalentemente al corpo maschile, diventando prerogativa di militari e marines, portando le donne tatuate verso una stigmatizzazione, mentre la pratica del tatuaggio veniva a definire una “caratteristica” tipica, come avrebbe detto anche Lombroso qualche anno dopo, di alcune categorie di individui, i quali erano ritenuti vivere ai margini della società come marinai e carcerati. La dicotomia bene/male riguardo la pratica del tatuaggio si scioglierà solo negli anni Ottanta del Novecento, rimanendo però critico il fenomeno sul corpo femminile. Da una parte ci sono modelle e donne dello spettacolo che sfoggiano un corpo tatuato con disegni delicati, piccoli e che seguono le linee di un corpo senza difetti, che segue i canoni di una bellezza conforme agli stereotipi, dall’altra ci sono donne che praticano il tatuaggio come nell’antichità e lo vedono come un mezzo per comunicare visivamente un messaggio.

Svariate sono le motivazioni che portano le donne a tatuarsi. Il tatuaggio femminile ha anche attirato l’attenzione di ricercatori francesi che hanno condotto un sondaggio tra il 2008 e il 2009, studio alquanto bizzarro secondo il quale il tatuaggio è la nuova arma di seduzione femminile e “Le donne tatuate sono considerate dagli uomini della Bretagna più attraenti e più propense ad essere “corteggiate”, oltre che “disponibili” nei confronti del sesso”, esempio di una visione limitante e stereotipata.

Interessante la pratica delle nonne tatuate in Bosnia Erzegovina, tatuaggi frutto di un “misterioso culto cattolico sviluppatosi quando la Bosnia era parte dell’Impero Ottomano. I fedeli mostravano la propria appartenenza religiosa tatuandosi mani e braccia con una miscela d’inchiostro composta, in parte, dal latte del seno umano”.

E parlando di tatuaggio al femminile è giusto citare la donna più tatuata del mondo che è Isobel Varley, originaria dello Yorkshire, classe 1937, le cui uniche aree non completamente tatuate sono il volto, le piante dei piedi, le orecchie e qualche piccola zona delle mani. Isobel ha ancora il 24% del corpo ancora da tatuare, aspettiamo che finisca l’opera.

– Stephania Giacobone –

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.