Il fiume di Cortázar, la sostanza dei sogni

 

La prima volta che mi capitò di leggere Il fiume di Julio Cortázar rimasi a bocca aperta come davanti a un mistero. La cosa che immediatamente feci dopo averlo terminato fu rileggerlo. E rileggerlo. E rileggerlo ancora. Azione che ho potuto ripetere in rapida successione, essendo Il fiume un racconto di tre pagine tratto dalla raccolta Fine del gioco. Dico “tre pagine” con reverenza e stupore, perché saper incantare in uno spazio così ristretto, riuscire ad afferrare il lettore e a trascinarlo con sé in un lasso così breve di tempo, be’, è solo affare dei Grandi.

«E sì, pare che sia così, che te ne sia andata dicendo non so cosa, che andavi a gettarti nella Senna, qualcosa di simile, una di quelle frasi da notte fonda, mescolate a lenzuola e a bocca impastata, quasi sempre nel buio o con qualcosa come mano o piede che sfiori il corpo di chi ascolta appena, perché è da tanto che ti ascolto appena quando dici cose così, non vengono che dall’altro lato dei miei occhi chiusi, del sonno che di nuovo mi tira giù».

Inizia in questo modo Il fiume, come fosse il frammento rubato a un discorso già in atto, con quel “e sì” che evoca qualcosa di già avvenuto tra l’Io che parla e il Tu a cui si rivolge, prima che noi entrassimo nella stanza attraverso le pagine del libro. C’è qualcuno che dorme e una donna che nel frattempo ha minacciato di andarsi ad annegare nel fiume. O forse no, perché il racconto prosegue:

«E allora va bene, cosa m’importa se te ne sei andata, se ti sei affogata o ti aggiri ancora per le banchine guardando l’acqua, e poi non è vero perché sei qui addormentata e respiri a singulti, ma allora non te ne sei andata quando andasti via a un certo punto della notte prima che io mi perdessi nel sonno, perché te ne eri andata dicendo qualcosa, che andavi ad affogarti nella Senna, ossia hai avuto paura, hai rinunciato e di colpo sei qui e quasi mi tocchi, e ti muovi ondeggiando come se qualcosa lavorasse dolcemente nel tuo sonno, come se davvero sognassi che sei uscita e che dopo tutto sei arrivata alla banchina e ti sei gettata in acqua».

Il racconto continua poi su questo tenore, in un monologo sconclusionato come un dormiveglia, che si svolge e riavvolge continuamente su se stesso tra accuse, recriminazioni, slanci amorosi e dubbi:
«Ma se così è mi domando che cosa stai facendo in questo letto che avevi deciso di abbandonare per l’altro più vasto e più sfuggente».

La letteratura è piena di racconti di sogni, ma nessuno come Il fiume riesce, a mio avviso, a riprodurne l’essenza e la forma. Ogni volta che proviamo a raccontare a qualcuno un sogno, per quanto ci sforziamo di essere fedeli, inevitabilmente quel che facciamo in realtà è colmare i vuoti, ricostruire nessi, dare struttura e coerenza a una materia informe e slegata. Se siete di quelli che credono nel potere delle parole e le amano, non potrete non cadere in preda alla frustrazione di riconoscervi incapaci di dirlo esattamente com’era; a un certo punto esclamerete allargando le braccia “Sembrava talmente reale… Detto così non rende, si perde tutta l’atmosfera, non so riprodurlo…”. Ecco, Cortázar ci riesce. Cammina in bilico sul filo sottile che separa sogno e realtà, più che camminare nuota, fluido e sfuggente, sul confine liquido tra ciò che è diurno, conoscibile e chiaro e ciò che invece è notturno, misterioso e oscuro.
Proprio come un sogno, questo racconto scappa da tutte le parti, difficile da definire e ingabbiare. Come l’acqua, sa mutare e prendere la forma dell’interpretazione che lo contiene: “È solo un sogno”, “Macché, non hai capito niente, lei si è annegata davvero”, “Secondo me è lui che l’ha uccisa e ora è in preda al delirio per il senso di colpa”, “No, per me hanno litigato, lei se n’è andata e lui proietta le sue paure nel sonno”…
Ogni lettore può dire la sua, aggrappandosi alle ambigue (e meravigliose) parole di Cortázar:
«[…] vagamente accarezzo i tuoi capelli sciolti sul guanciale, nella penombra verde guardo con sorpresa la mia mano che gocciola, e prima di scivolare al tuo fianco so che ti hanno appena tirata fuori dall’acqua, troppo tardi, naturalmente, e che giaci sulle pietre della banchina, attorniata da scarpe e da voci, nuda supina con i tuoi capelli bagnati e i tuoi occhi aperti».

Io credo che in un racconto come questo ciò che conta davvero sia mollare la presa, fidarci dell’autore, lasciarci trasportare dalla corrente, e, cullati come in sogno, farci stupire da ogni parola, senza ostinarci nel voler capire.
L’ultima cosa che ho fatto, la prima volta che queste tre pagine di Cortázar mi capitarono tra le mani, fu quella di leggerle a voce alta. Provate. Presto vi ritroverete con il fiato corto, sommersi da un periodare ampio e complesso. Le frasi vi tireranno sotto, e voi annasperete a corto d’aria, cercando punti e virgole a cui aggrapparvi, come naufraghi.
Sarà come annegare tra le onde di un fiume.

– Silvia Gilardi –