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  • mercoledì 25 Settembre 2013

La sindrome da risveglio e i sogni di Locke

I film con un finale in cui il protagonista si risveglia da un sogno danno sui nervi a un sacco di gente. Avete presente il genere: il personaggio apre gli occhi e bam!, di colpo si ritrova in un letto d’ospedale o seduto alla scrivania con la testa poggiata sui libri oppure svenuto al posto di guida di un’auto incidentata, e il pubblico capisce che tutto ciò a cui ha assistito fino a quel momento altro non era che il frutto della mente addormentata/priva di coscienza dell’eroe. Così, a un tratto, lo spettatore si sente tradito, deluso, perfino un po’ stupido, per aver perso due ore a seguire vicende mai accadute, per essersi appassionato a un misero, inutile sogno, a qualcosa che non è nemmeno successo davvero, maledizione. Quasi lo posso vedere, sistemarsi meglio sulla poltroncina sbuffando, dare di gomito al vicino e scuotere la testa sollevando il braccio destro verso lo schermo nell’universale gesto del Ma-va-a-quel-paese, mentre con un’espressione di sommo disprezzo sempre più evidente sul viso pensa “Ma chi me l’ha fatto fare di vedere ‘sto film di merda, tutto ‘sto casino e poi era solo un sogno”.

Vittime della sindrome da risveglio (quella fatale delusione che ci prende quando la sveglia suona facendoci sospirare “Peccato, era un sogno”), non sopportiamo che il cinema ci rifili lo stesso crudele trucchetto. In fondo, però, è la stessa parola “fine” a svegliarci ogni volta dal sogno a cui abbiamo assistito e creduto per tutta la durata del film, la cui storia è stata costruita appunto per darci una sofisticata illusione di realtà. Sempre e in ogni caso siamo vittime consenzienti dell’inganno del cinema, ma ce la prendiamo con il regista quando il sogno viene usato in chiusura per sbrogliare situazioni ormai troppo incasinate, rivelandosi allo spettatore per la comoda scorciatoia che è. Il rischio che il sogno appaia come un semplice espediente insomma è alto, soprattutto nel finale.

Personalmente, ho invece un debole per i sogni piazzati all’inizio o all’interno della storia. Parte la sequenza, tu ti ci immergi con la concentrazione altissima che si riserva a ogni inizio, cominci a familiarizzare con il personaggio, cerchi di intuire chi è, dove si trova, cosa sta facendo e all’improvviso bam!, l’inquadratura mostra un occhio sbarrato, qualcuno stava sognando quello che finora hai visto e tu, spiazzato, devi azzerare ogni congettura e ricominciare da capo. Bello.

Le serie tv ormai in questo sono maestre. Da nostalgica quale sono, penso ai sogni di John Locke in Lost. Personaggio complesso, Locke ha fede nell’Isola, è alla ricerca di qualcosa a cui è convinto di essere destinato, la insegue, con ostinazione, lasciandosi guidare da intuizioni e visioni. Spesso i sogni gli vengono in aiuto, mostrandogli la strada.

Ne ricordo uno pazzesco. Locke apre gli occhi, svegliato da colpi d’ascia nella giungla. Hurley e Ben lì accanto continuano a dormire, mentre lui si avvia verso la fonte del rumore. Incontra Horace, un uomo con la tuta della Dharma che sta abbattendo un albero e che dichiara, con un rivolo di sangue che gli cola dal naso, di essere morto da dodici anni. Poi Horace si volta, come in un déjà-vu abbatte di nuovo l’albero che abbiamo visto cadere poco prima, si gira verso Locke e lo (ri)saluta. Il sangue è sparito.

“Devi trovarmi – gli dice – e, quando lo farai, troverai anche lui”.

“Lui chi?” – chiede Locke.

Primo piano di Horace, sul cui viso è ricomparso il sangue.

“Jacob” – risponde l’uomo della Dharma, che, con gli stessi gesti, abbatte per la terza volta lo stesso albero.

Sullo schianto del tronco caduto vediamo sbarrarsi l’occhio di Locke, che di nuovo, stavolta per davvero, si sveglia (esattamente come lo abbiamo visto fare all’inizio della sequenza), trovando però Ben seduto a fissarlo. Risoluto, può ora riprendere il cammino: il sogno, come un faro, gli ha indicato la via da seguire.

Il tutto condito con la meravigliosa, inquietante musica di Michael Giacchino. Da brivido.

Di recente mi sono imbattuta in una ricerca condotta su un gruppo di pendolari di una stazione ferroviaria circa ciò che avrebbe potuto influire sulla loro decisione di rinunciare ad un viaggio aereo. Delle tre possibilità (un allarme terroristico proveniente dai media, un sogno di incidente aereo, un reale incidente avvenuto tempo prima sulla stessa linea), la maggioranza degli intervistati ha scelto la seconda opzione: un sogno avrebbe potuto realmente farli desistere dal loro viaggio.

Questo risultato mi ha molto colpita, anche perché – lo confesso – una delle mie maggiori paure, prima di affrontare un volo, è proprio quella di fare un sogno del genere. Mi sono sempre chiesta: come mi comporterei? Minimizzerei, pensando ad una semplice casualità o alla manifestazione di un timore inconscio? Oppure mi farei prendere dal panico al punto da rinunciare al viaggio o di cambiare volo? Non lo so. Impossibile a dirsi così, in astratto, un po’ come scegliere tra le linguine ai frutti di mare e i pizzoccheri. Nelle situazioni bisogna trovarcisi. Ma non posso fare a meno di chiedermelo: agirei in maniera scettica e razionale come Jack, l’uomo di scienza, o in modo mistico e istintivo, come Locke, l’uomo di fede? E mi resta un dubbio: se avesse sognato di precipitare sull’Isola, Locke sarebbe salito sul volo Oceanic 815?

– Silvia Gilardi –