Sogni lucidi, Inception e Freud

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Provo sempre un po’ di tristezza per chi mi dice “Io non sogno mai”. Frase peraltro inesatta (visto che tutti ogni notte sogniamo), da tradursi nella più corretta “Non ricordo mai i sogni che faccio”.

Sarà che io invece li ricordo eccome, almeno uno ogni mattina al risveglio, ma spesso di più, flash che mi balenano davanti agli occhi nel corso della giornata, quando una parola scritta sui muri, una canzone trasmessa per radio o l’immagine su un cartellone pubblicitario mi inchiodano lì dove sono facendomi esclamare “Ecco cos’ho sognato stanotte!”.
Sarà che sognare rappresenta una possibilità talmente magica e preziosa che mi sembra una grande ingiustizia che a qualcuno ne sia negato il diritto, perché come scrive Karen Blixen “chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota nel mondo della veglia”.

Ci stavo riflettendo su, quando, vagando per il web, mi sono imbattuta nell’esistenza di Remee, una maschera per il sonno lucido che consente di controllare i propri sogni, facendoli andare in una direzione piuttosto che in un’altra. L’idea nasce da due ingegneri americani, Duncan Frazier e Steve Mcguigan, desiderosi di trasformare la loro passione per i sogni lucidi in un’esperienza alla portata di tutti. Lo scopo di Remee è quello di rendere chi dorme consapevole di stare sognando e quindi in grado di mantenere il controllo della coscienza sull’attività onirica.

“Se poteste prendere il controllo dei vostri sogni, voi cosa fareste?” – chiedono gli inventori di Remee, camicia a quadri e occhialoni da nerd, nel loro video promozionale.
È curioso, la maggioranza degli intervistati risponde che vorrebbe volare. Un romantico dichiara che farebbe colazione con Sophia Loren in riva al lago. Molti vorrebbero viaggiare e visitare l’Australia. Una ragazza, più alternativa, farebbe un giro a Hogwarts, la scuola di magia di Harry Potter. Un simpatico ciclista di mezza età confessa ridendo che vorrebbe tornare ai suoi vent’anni. Esplorazioni spaziali, invisibilità, superpoteri… Le possibilità sono infinite, un po’ come al cinema. Pensiamo allo Squid di Strange days, la droga digitale che, se collegata alla corteccia cerebrale, consente di rivivere con tutti i cinque sensi le esperienze registrate dal cervello di qualcun altro. Pensiamo a Avatar, dove capsule altamente tecnologiche permettono agli umani di trasferire la propria coscienza in un corpo alieno capace di muoversi sul pianeta Pandora. O a Inception, in cui, tramite un sofisticato apparecchio contenuto nella sua valigetta, Dominic Cobb è in grado di intrufolarsi nei sogni altrui.

Sono piuttosto scettica sul funzionamento di Remee, ma, anche se la maschera per il sonno lucido si rivelasse efficace, non sono sicura che vorrei utilizzarla. Mi piacciono i sogni perché sembrano così reali mentre li si vive. Trovo che il bello stia proprio nella loro imprevedibilità, nella loro assoluta capacità di illuderci del fatto che ciò che ci sta accadendo sia autentico. Mentre dormo, voglio credere a quello che sogno, senza intrusioni da parte della razionalità. Voglio godermi il giocattolo, senza che qualche adulto saccente arrivi a rovinarmi il divertimento con frasi del tipo “Guarda che è tutto finto”.

Nella sua Interpretazione dei sogni Freud spiega che i sogni che facciamo rappresentano sempre la soddisfazione di un desiderio. Lo fanno a modo loro, certo, procedendo per vie traverse e tortuose: attingono spesso a materiale proveniente dal nostro passato (soprattutto dall’infanzia), hanno un significato manifesto e uno latente, operano per deformazione e spostamento, necessitano, per essere compresi appieno, di un’analisi attenta…

Questa descrizione mi ricorda qualcosa.

Mi colpisce la grande somiglianza tra l’attività onirica e la scrittura. Che cos’è scrivere, in fondo, se non fare una specie di sogno lucido? Essere trasportati da un’altra parte, in un mondo vivido e apparentemente reale, che ha leggi e regole proprie. Lasciarsi trascinare dalla finzione dimenticandosi della realtà, ma ricordarsene ogni tanto, quando all’improvviso suona il telefono o qualcuno bussa alla porta. Avere il controllo della situazione, ma solo fino a un certo punto, fino a quando un personaggio non si ribella al destino che avevamo pensato per lui e decide di reclamare il proprio, prendendo strade sorprendenti, che mai ci saremmo aspettati…

Decisamente no, non mi occorre Remee per fare sogni lucidi. Mi bastano un foglio, una penna o un portatile aperto sulla schermata di Word. E no, non baratterei la perfetta illusione di un sogno con la possibilità di averne il controllo. Perché finché penso che sia vero, finché ne sono convinta, forse, da qualche parte, in un certo senso lo è .

– Silvia Gilardi –