Tra le pagine di Grey’s Anatomy: Shonda Rhimes racconta

Basta mettersi comodi sul divano, accendere la tv e in un attimo ci si ritrova a Seattle, accanto ai medici e ai pazienti del Seattle Grace Hospital, a vivere gli amori, le sofferenze, la vita stessa di personaggi che scambiamo ormai per nostri amici. Ma cosa c’è dietro di loro? Come sono nati? Chi li rende vivi? Cosa li fa cambiare?
Grey’s Anatomy è una serie televisiva incentrata sulle vicende personali e lavorative della dottoressa Meredith Grey e di tutti gli specializzandi che, come lei, stanno cercando di diventare chirurghi. In onda dal 2005, la serie è arrivata ad ascolti record e continua ad essere seguita da più di 11 milioni di spettatori ogni settimana, nonostante si sia ormai giunti alla nona serie. Ha vinto inoltre numerosi premi, tra cui tre Emmy e tre Golden Globe.

«Non volevo una serie che parlasse di chirurgia. Volevo parlare di persone che desiderano essere dottori; persone che stanno cercando di diventare chirurghi nonostante le loro vite complicate. Non volevo una serie sui pazienti, ma su ciò che provano i dottori nei loro confronti»

racconta Shonda Rhimes a proposito dell’idea iniziale, quella da cui è nato tutto.

«Ero affascinata dai chirurghi, dall’idea di mostrare persone che sanno cosa devono fare, perché se sbagliano qualcuno può morire. Volevo mostrare la competizione che nasce tra i medici, volevo mostrare donne molto forti, ma anche persone che non sono eroiche tutto il tempo. Forse lo sono in sala operatoria, ma al di fuori diventano come tutti gli altri»

Uomini e donne con le loro paure, gioie e preoccupazioni: per questo i personaggi di Grey’s Anatomy ci sono così vicini, per questo potrebbero abitare nel nostro stesso quartiere: perché amano, soffrono, si aiutano e si ostacolano, con le contraddizioni comuni a tutti noi. Ciò è particolarmente vero per gli specializzandi. Non a caso, Shonda ha detto di considerarli parti diverse di se stessa, della sua personalità.

Tutti ci riconosciamo in Meredith e nei suoi problemi, quindi. Ma forse ci riconosciamo un po’ meno nel fatto che tutte le donne di Grey’s Anatomy abbiano trovato uomini bellissimi, affascinanti, che si preoccupano per loro e che le amano davvero. Gentiluomini, insomma. Perfino uno come Alex, in fin dei conti, è un bravo ragazzo, che ha sofferto solo più degli altri. Forse il motivo è che il pubblico di Grey’s Anatomy è prevalentemente femminile. Forse. Ma su questo, Shonda avrebbe qualcosa da dire.

«Tutti gli uomini di Grey’s Anatomy sono come vorrei che gli uomini fossero. Nella vita reale, nessun uomo dice mai ciò che vorrei che mi dicesse: è una delusione continua. Questo è il motivo per cui mi è piaciuto scrivere il discorso di Burke per il matrimonio con Cristina ed è sempre lo stesso motivo per cui mi sono messa a piangere quando stavo scrivendo della morte di Danny: sembrava così reale». 

Scrivere per rendere realtà i propri sogni, quindi. Al punto da far diventare semplici parole attori in carne e ossa:

«Mentre scrivevo, non avevo nessun attore particolare in mente ed è per questo che fare il casting è stato magnifico. Scrivevo semplicemente i personaggi e li lasciavo fare ciò che pensavo avrebbero fatto; e poi, eccoli lì, ed erano esattamente come avrebbero dovuto essere»

Il dottor Shepherd in particolar modo, tanto che quando Patrick Dempsey entrò per il casting, Shonda Rhimes non fece che fissarlo, priva di espressione. Dempsey iniziò a pensare che non avrebbe mai funzionato e che probabilmente Shonda lo odiava, quando invece nulla poteva essere più lontano dal vero:

«Era così bello che riuscivo solo a pensare alle battute di dialogo che avrei potuto scrivere per lui».

Perché la scrittura è la base di tutto il resto: è ciò che rende vivi i personaggi, ciò che li fa incontrare, amare, separare, morire. A volte perfino oltre e contro la volontà di Shonda Rhimes. D’altra parte, è lei stessa a dire che non è stato per niente facile scrivere che, se avesse dovuto scegliere, Cristina avrebbe preferito passare la giornata in sala operatoria, piuttosto che con Burke.

«Ma era la verità e non avevo scelta. Così come non avevo scelta quando ho lasciato che Derek scegliesse Addison. La gente vi dirà che avevo una scelta, ma non ce l’avevo. Ho sofferto. Davvero. Sono stati i personaggi a farmelo fare».

Proprio così, perché se i personaggi sono davvero vivi, ad un certo punto seguono la loro strada e non c’è nulla che possa impedirglielo, nemmeno l’autore che li ha creati.

A meno che non si mettano in mezzo le esigenze di mercato, ovvio. E allora lo sceneggiatore deve farsi il suo spazio, cercando il giusto compromesso. Vi ricordate la scena in cui Meredith, Cristina e Izzie fanno la doccia insieme in un triangolo da sogno per qualunque ragazzo? Siamo nella puntata Apocalisse, seconda serie. Bene. Vi siete chiesti perché iniziare così un episodio in cui si parlerà di morte e vite in pericolo? Forse no, ma Shonda Rhimes sì. E il motivo ha a che fare con il Super Bowl , l’incontro che assegna il titolo di campione della National Football League.

Nel 2005, infatti, la ABC ha dato fiducia alla serie annunciando che sarebbe andata in onda subito dopo l’evento sportivo più seguito della televisione americana e Shonda Rhimes, quindi, ha dovuto pensare ad un episodio che facesse restare tutti senza fiato. Un episodio pieno di adrenalina, che non si potesse smettere di guardare fin dall’inizio. Stiamo parlando della famosa scena della doccia.

«Sapevo che era la sera del Super Bowl. Sapevo che tre ragazze che s’insaponano a vicenda avrebbero potuto far sì che qualche fan del Super Bowl restasse a guardare l’episodio. Non sono stupida. Ma volevo che quella scena non fosse gratuita, che acquistasse un senso diverso una volta visto l’episodio della settimana dopo».

Puntata in cui, dopo che Meredith ha rischiato la vita a causa di una bomba, Izzie e Cristina le lavano il volto sotto la doccia, tutte tre ancora con i camici addosso.

«Quello che volevo dire era: credete che il sesso a tre tra ragazze sia reale? Proprio no. Questo è il modo in cui le donne si prendono cura le une delle altre».

L’episodio del SuperBowl è stato visto da 38,1 milioni di spettatori: forse perché nessuno si è dimenticato di cosa fosse necessario per il mercato, ma anche e soprattutto perché tutti hanno tenuto e tengono conto episodio dopo episodio di ciò che vogliono i dottori del Seattle Grace, di ciò che è loro necessario. Solo così è possibile renderli vivi, tanto da poter pensare di andare all’ospedale del quartiere e di trovarli ad aspettarci, veri, innamorati, eroici, spaventati e bellissimi.

– Lucia Gaiotto –

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