Sari Rosa Shocking, Corpo nell’Arte e difesa dei diritti

Fra i luoghi comuni più infantili che si possono sentire, troviamo anche quello che indica il rosa come il colore delle “femminucce”. Beh, non la pensano così le Gulabi Gang, di cui si è discusso durante il secondo appuntamento del seminario What’s body? organizzato dal laboratorio Sguardi sui generis, nato all’Università di Torino nel 2010: un gruppo attivo in India e tutto al femminile, che si propone come scopo la difesa delle donne vittime di soprusi e ingiustizie.

Tutto nasce attraverso la storia personale della sua fondatrice, Sampat Pal Devi. La Gulabi gang originarie dell’Uttar Pradesh, ma che svolgono attività di attivismo militante e di controllo in tutta l’India del Nord. Il gruppo venne fondato nel 2006 appunto da Sampat Pal Devi, madre di cinque figli, ex dipendente pubblico nel settore della salute e ex sposa-bambina, come risposta ai diffusi abusi domestici e alle altre violenze ai danni delle donne. Le Gulabis fanno visita ai mariti che hanno compiuto gli abusi e li picchiano con il “laathis”, il ramo di bamboo finchè non promettono di smetterla di violare le loro donne. Nel 2008 hanno preso d’assalto un ufficio di energia elettrica nel distretto di Banda, colpevole di aver tagliato la luce alle loro abitazioni e di aver preteso bustarelle per riattivare la corrente. Non trovando il responsabile, le donne inferocite hanno chiuso a chiave dentro l’edificio i dipendenti. Tra i suoi successi, il gruppo è riuscito a riportare a casa dei propri mariti undici ragazze che erano state buttate fuori di casa dalle suocere per dote non sufficiente. Il gruppo si batte per impedire i matrimoni con le bambine, ma non si oppone a quelli combinati tra le famiglie, troppo radicati nella tradizione e nella situazione economica dell’India rurale; ha però creato scuole di alfabetizzazione e di cucito, per dare un mestiere alle ragazze più povere. Il movimento si è esteso, creando una rete di oltre 100.000 persone in tutto il paese, è inoltre ben visto dai media locali. La loro storia viene descritta nel sito ufficiale http://www.gulabigang.in/.

Come si legge nell’articolo de La Stampa del 27 febbraio 2008, la Gulabi Gang “è considerata una delle gang più agguerrite e temute dell’India settentrionale: rapida e feroce, si sposta tra i villaggi e le campagne brandendo coltellacci e bastoni, e togliendo il sonno a ufficiali di polizia e proprietari terrieri. Urla, minacce, pugni, impiegati terrorizzati, caserme assaltate.”.

L’India è un Paese dove ogni 29 minuti viene commessa una violenza sessuale e dove le figlie femmine vengono fatte sposare poco più che bambine. Secondo gli ultimi sondaggi nell’Uttar Pradesh ben il 54 per cento delle donne nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 49 anni non ha mai frequentato la scuola. La percentuale é molto più bassa per gli uomini della medesima fascia d’età dei quali solo il 21 per cento non é scolarizzato. La condizione della donna indiana é un grave esempio di disparità di trattamento e di sottomissione, prima nella famiglia di nascita e poi in quella acquisita con il matrimonio. La Gulabi Gang, dove Gulabi sognifica Rosa, si batte per cambiare la situazione della donna in India e per migliorare il paese per tutti. Interessante sono al proposito due siti, TheFrisky.com dove si legge la storia e le azioni del gruppo, e DailyPink.Pinkattitude.net  che tratta anche la questione dal punto di vista occidentale: “La Gulabi Gang ha diviso l’opinione pubblica internazionale, e se dovessimo basarci su criteri propri dei paesi civilizzati potremmo discorrere a lungo sulla questione che alla violenza non si risponde con la violenza, che la giustizia deve essere distinta dalla vendetta e via dicendo. Personalmente ritengo un’argomentazione sufficiente il fatto che la rivoluzione rosa sia indubbiamente molto più efficace di tante altre soluzioni politicamente corrette già tentate. Oltretutto, un paese in cui gli organi preposti al controllo sono pervasi dal cancro della corruzione e la maggior parte della popolazione vive con 75 centesimi di euro al giorno merita quantomeno una revisione della morale comune.”.

Esistono molti lavori dove viene raccontata la realtà del movimento, ad esempio l’opera realizzata nel 2012 di Nishtha Jain intitolata Gulabi Gang, e il documentario italiano Pink Gang del 2010 diretto da Enrico Bisi, regista piemontese: “Stavo girando un documentario in India nel 2007 e ho sentito parlare per la prima volta di Sampat Pal e del suo gruppo di donne, ma non ho voluto approfondire. Poco tempo dopo mi sono trovato di nuovo di fronte a lei e alla sua storia, ed è iniziato il lavoro di approfondimento.”.

Una reazione quindi basata essenzialmente sulla fisicità, sulla reazione concreta alla violenza. Guerriere che indossano il sari rosa, colore della femminilità: secondo studi che ritroviamo nel libro di Natasha Walter, Bambole viventi, il rosa fino agli anni Venti era il colore usato per i bambini poiché rappresentava il rosso (colore della forza) non ancora sviluppato. Una trasformazione cromatica assimilabile a quella del corpo umano che cresce e si trasforma: un tema che molti artisti hanno voluto interpretare. Un esempio è  il libro Il corpo nell’arte contemporanea, scritto da Sally O’Really: al proposito si legge su Cultural Blog: “Il corpo nel corso degli ultimi decenni ha vissuto una nuova forma in campo artistico passando dal tradizionale mezzo di comunicazione strettamente legato alla forma e all’anatomia, a una irrinunciabile fonte di integrazione con il mezzo, la tecnologia, la tecnica e la sperimentazione attraverso la video arte, l’happening e la performance”.

Un altro esempio sono le performance di Marina Abramovic: come per altri artisti, la performance è per lei un momento di catarsi e liberazione, affermazione della propria identità.

Il corpo e lo sguardo (come rappresentarsi ed essere rappresentati), il corpo costretto ad adattarsi, il corpo e la sessualità, il corpo e la sua mercificazione (erotizzazione del corpo e dei corpi, immaginari e modelli imposti, pubblicità, media), il corpo al lavoro (distinzioni di genere nelle professioni), rapporto con il mio corpo (ricerca su sentimenti di imbarazzo, adeguatezza e inadeguatezza, il corpo nello spazio), il corpo e i desideri (estetica del corpo, invidia, rapporti tra bellezza e bruttezza, quali standard imposti), il corpo costretto (retaggi familiari, cattolici), il corpo e la forza (immaginari nel cinema, nei colori rosa/azzurro), il corpo in rapporto con gli sport e i loro immaginari: un elenco di riflessioni e immagini, che sembrano completare il cammino delle donne del Gulabi Gang, che per difendere la propria dignità femminile si trovano a dover trasformare anche la propria immagine, i propri gesti, le proprie storie.

Donne e diritti, rispetto della dimensione corporea, interpretazione della propria fisicità: tematiche su cui ognuna di noi dovrebbe interrogarsi. Per questo vi segnaliamo un primo grande appuntamento per iniziare questo percorso avrà luogo con la presentazione al Torino Film Festival de Lo schermo del potere di A. Gribaldo e G. Zapperi, mercoledì 28 novembre, alle ore 17.00, nella sala eventi della Bibliomediateca del Museo Nazionale del Cinema.

– Stephania Giacobone –