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  • mercoledì 19 settembre 2012

Settembre, andiamo: è tempo di poesia

La poesia sta scomparendo dall’orizzonte quotidiano e quando rimane ancora in vista appare come qualcosa di speciale e in fondo stravagante”. Allora c’è chi ha inventato un luogo (questo) dove la poesia viene difesa.

E il luogo è un blog, nato da un’idea di pordenonelegge.it e del Liceo Leopardi-Majorana di Pordenone, e realizzata da Roberto Cescon (con l’aiuto di alcuni importanti compagni di strada come Piero Simon Ostan e Francesco Tomada). Del resto la poesia va difesa anche a scuola, quando la si tratta come una cosa lontana dal presente e assolutamente incomprensibile, sezionata da figure retoriche e analisi del testo. Delle tante imparate a memoria talvolta non resta che il ricordo della fatica o addirittura del non senso. Il blog propone ogni giorno una poesia, di un poeta vivente e si sottolinea questa scelta come una recuperata conquista.

Diciamo la verità, tutti i poeti di cui si parla sono morti e stramorti. Così si dà l’impressione che anche la poesia non sia che un singolare ricordo di qualcosa che si faceva un tempo, quando erano vivi uomini e donne che adesso non lo sono più. Inutile aggiungere che fino agli anni ’80 del secolo scorso si studiavano e si portavano all’esame di stato molti autori di poesia veramente contemporanea, cioè viventi, operanti nel nostro stesso tempo, e che condividevano una parte della nostra esperienza. Anche se spesso la differenza di età, rispetto a quella degli studenti, era notevole, i poeti erano vivi, come erano vivi i genitori, gli zii e i nonni. E quelli che erano morti, appartenenti alle stesse generazioni, condividevano una reciproca donazione di senso con i vivi, come sempre, come accadeva per la morte di un genitore, di uno zio e di un nonno.
Eppure i poeti sono vivi. I poeti sono vivi perché la poesia vive nel presente, si nutre ed è nutrita dalla vita, dal tempo, dall’esperienza che attraversiamo ogni giorno.

Nel maggio scorso, in una puntata di Vieni via con me, il programma di Fazio e Saviano, il poeta Valerio Magrelli ha parlato di poesia. È raro che un poeta parli in tv e il suo intervento aveva lo stesso valore dei didatti, di quelli che di solito si incontrano nei manuali, nelle introduzioni a raccolte, nei libri insomma. Offriva tre citazioni, per dire come la poesia, tra tutti i generi letterari, dispone della più grande libertà espressiva. Magrelli raccontò prima una storia, presa in prestito da un celebre, Jakobson.

Siamo in Africa e un missionario invoca i suoi fedeli perché andavano nudi.
– E tu? – ribattono quelli indicando il suo volto, – non sei anche tu nudo da qualche parte?
-Certo, – si giustifica il religioso, –  ma questo è il volto.
Al che gli indigeni gli rispondono: – Ma per noi dappertutto è il volto.

E questa breve storia, sottolinea Magrelli, ci suggerisce che allo stesso modo, nella poesia, ogni elemento linguistico, una virgola, una pausa, un silenzio, diventa figura del linguaggio della poesia.
Quanto al punto dolente, se cioè è vero che chiunque possa leggere o scrivere poesia, la citazione è colta da Sanguineti.

È vero che chiunque può seguire una match di calcio, una sfida di scacchi? Certo: a condizione che ne conosca le regole. Le regole del gioco-poesia sono alla portata di tutti, ma vanno studiate, basta comprare un manuale o seguire un corso universitario. Senza regole niente partite.

Negli ultimi minuti del suo breve intervento, Magrelli risolve anche un altro enigma: possibile che la poesia debba parlare solo di tramonti? Di gabbiani? Di gabbiani al tramonto?

Non abbiamo voluto citare un video per una semplice coerenza tematica. La poesia ha bisogno sempre di un lettore, in modo più esatto di una voce, così come si promuove nei reading. Se nella poesia tutto è linguaggio, un poeta è vivo anche nello spazio bianco, nel silenzio: perché è umana e non una pagina morta e stramorta.

– Giacomo Pierantozzi –

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