La gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio. Ovvero non si leggano best seller, ma neanche Dante

9 marzo. In disaccordo con Roberto Calasso, Piero Citati dice che i lettori italiani sono peggiorati. Gli scrittori degli anni 60-70 erano migliori e si tiravano dietro lettori migliori.

Quindi vietato leggere Faletti, no Dan Brown, no Paolo Coelho.

11 marzo. Giorgio Faletti, sentitosi chiamato in causa, dice la sua alle Invasioni barbariche: “Sono un bersaglio, come Totò”. E poi anche Scott, Dumas e Twain, furono “distrutti dalla critica del loro tempo”. Ergo, “se perfino il Papa ha chiesto scusa per gli errori della Chiesa, anche i critici dovrebbero farlo per le cantonate madornali che hanno preso”.

Intanto un week end con centinaia di condivisioni tra Twitter e Facebook, commenti a non finire sui blog, un’infinità di interventi, tra cui quelli di editori, scrittori, intellettuali.

12 marzo. Tra questi Sebastiano Vassalli, che dal corriere.it dà più o meno ragione a Citati, anche se con dei distinguo: “Piuttosto che leggere certi libri, è meglio non leggere. C’è però una stagione della vita in cui le distinzioni non servono. È quando un ragazzo incomincia a leggere. Ci si innamora della lettura, prima che dei libri”.

Già, ma un ragazzo, così impressionabile e suscettibile al male della letteratura chi lo consiglia? Chi lo tutela?

Sempre ieri, ci ha pensato Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti, pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani che gode dello status di consulente delle Nazioni Unite: “La Divina Commedia dovrebbe essere cassata dai programmi scolastici, perché antisemita omofoba eccetera et cetera.»

Insomma, facendo un rapido calcolo, no bestseller, no classici della letteratura. Dovremo concentrarci sui fiumi di parole impiegate per consigliare cosa sia giusto o ingiusto leggere.
Anche se non è l’intima scelta di ciò che vogliamo leggere a essere “determinante”?
Non è moralizzante repressione della libertà di scrittura sentirsi in dovere di stilare personali elenchi di libri all’indice?
E poi, quando si legge un’opera, fosse anche il Mein Kampf non si può fare appello a un senso critico e alla contestualizzazione storica?

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