Ragioniamo con serenità sulla gestazione per altri (e altre)?

Lo scorso ottobre ho partecipato a una giornata di incontri organizzata da Se Non Ora Quando-S. Donà sulla gestazione per altri, il procedimento per cui una donna mette a disposizione il proprio utero e porta avanti la gravidanza per conto dei o delle committenti, che possono essere single o coppie, sia eterosessuali che omosessuali. In alcuni paesi è vietata, come in Italia, in altri è sostanzialmente non regolata, in altri ancora è espressamente permessa e regolamentata. Da tempo, nel dibattito non solo interno al femminismo, la gpa è diventata un argomento da cui o molte si tengono alla larga o in cui faticano ad entrare, sia per la questione in sé, sia per la violenza con cui certa parte del femminismo ha scelto di discuterne. Quando mi è stato chiesto di intervenire al convegno ho intitolato la mia relazione “Tutte pazze per la gpa”. Eccola. Premetto che si tratta dell’inizio di un ragionamento, che non pretende di essere esaustivo e che deve moltissimo a discussioni già in circolazione.  

Parlare di gestazione per altre e altri è complicato e richiede un’elaborazione onesta, laica e collettiva. Tutti aggettivi, come ha fatto notare Michela Murgia, con cui non si può definire il dibattito dominante e davanti al quale provo lo stesso disagio e spaesamento che sento di fronte a un tifo da stadio: i toni sono spesso aggressivi, si prende in continuazione parola al posto di altre e di altri, e le parole stesse sono usate come accette e senza alcuna cura. Se non sei con me sei contro di me. Nel discorso circolano poi molti «fantasmi ideologici» e i rispettivi posizionamenti (a favore o contro) sono difesi a tutti i costi. E quando dico “a tutti i costi” intendo dire che vengono dissimulate una serie di contraddizioni storiche che quegli stessi posizionamenti portano con sé.

C’è infine un ultimo grande problema, un errore di fondo, uno sbilanciamento nel quale il confronto su questo tema si è svolto finora: e cioè il fatto di legare la pratica della gpa alla condizione di omogenitorialità maschile. La stragrande maggioranza delle coppie che si rivolge alla gpa è nove volte su dieci eterosessuale.

Queste coppie, come ha dichiarato Laura Sebastio durante un seminario che potete trovare raccontato nel libro “Gestazione per altri – Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero ” tendono però a non divulgare il fatto di aver fatto ricorso a questa pratica e il dibattito stesso non le considera nel modo in cui dovrebbe. Nel caso di coppie omogenitoriali e in particolare nelle coppie di uomini, tenere nascosta l’origine dei figli non è possibile. E sono queste coppie a diventare in qualche modo protagoniste della storia e di molte delle argomentazioni, sia a favore che contro. Ma con poca ragione.

Vorrei poi precisare, ed è la mia ultima premessa, che pur rifiutando i modi della discussione dominante non intendo negare il conflitto che in modo molto forte ha sempre attraversato i femminismi. Non voglio insomma sottrarmi al confronto, anche doloroso, o negarlo. Vorrei però cercare di chiarire alcune linee del discorso interno al femminismo per cercare di avviare una discussione il meno possibile confusa. Rivendicando di fronte a chi ha molte certezze le mie ambivalenze e le mie parole incomplete, che interrogano e procedono per problemi più che per soluzioni.

Il nome
Partiamo dalle parole. Il conflitto è innanzitutto semantico. Ci sono cioè modi diversi di nominare una stessa questione e in questi nomi c’è già una collocazione di pensiero.

L’espressione “maternità surrogata” è completamente sbilanciata sulla funzione materna e insiste su una specie di naturalità obbligatoria che starebbe nel legame di gestazione; “utero in affitto” prevede o la riduzione della donna a una sola parte del proprio corpo (e vorrei ricordare a tutte come in altri contesti ci opponiamo con forza a questa identica operazione) o presuppone la fantasia, come ha fatto notare Marina Terragni, di un utero vagante, un utero con la U maiuscola, a disposizione di tutti: «ma l’Utero a disposizione di tutti fuori dal corpo di una donna è solo carne morta».

La donna portatrice non è dunque né una madre né un semplice incubatore, come nella visione che fonda il patriarcato.

In entrambe queste espressioni (maternità surrogata e utero in affitto) viene meno la circolazione di un pensiero, di una relazione, di una consapevolezza e di una libera scelta (perché è di questo che stiamo parlando. La schiavitù è già un reato specifico).

Il mio primo desiderio è dunque questo: cominciare a parlare di gestazione per altre e altri o di gravidanza di sostegno. Sono le espressioni da cui almeno io scelgo di partire.

Mistica della maternità
Torno ora sull’espressione “maternità surrogata” perché ci porta ad aggiungere un pezzo al ragionamento. Non basta restare incinte per parlare di maternità, mi sembra evidente, e quando si è incinte divenire madri è un esito possibile. Il processo della gestazione può infatti escludere sia il desiderio di procreare che la volontà di assumersi la responsabilità e la cura di chi sta per nascere. Possiamo interrompere la gravidanza e possiamo rinunciare alla cura del neonato dandolo in adozione.

Il disagio che sento sta dunque nell’identificare la gravidanza e il parto «come l’esperienza primaria che creano il materno» come ha spiegato Federica De Cordova nel libro che ho già citato. E di questo disagio che provo ringrazio proprio il femminismo, che ha preso parola anche per scardinare la visione della maternità come destino collettivo imposto dalla biologia. Non si è madri, lo si diventa se lo si desidera. L’operazione di distinguere i due processi è fondamentale: una donna che resta incinta è libera di agire per rifiutare di diventare una madre.

Le femministe che si oppongono alla gpa scegliendo di insistere sul legame naturale, unico e insostituibile tra la gestante e il feto pongono le condizioni perché gravidanza e maternità tornino a essere la stessa cosa. E di questo va tenuto conto. Mi chiedo: propendere su un criterio biologico per stabilire, semplificando, chi è la “vera madre” non crea forse una gerarchia nel materno? Nella visione che privilegia il “sangue del mio sangue” non declassa quasi automaticamente qualsiasi forma di maternità-non-biologica a maternità di secondo livello? L’effetto, per niente secondario, è quello di vanificare il senso delle adozioni.

La retorica che trasforma la madre in una specie di monumento insostituibile è poi fondativa sia del patriarcato che del pensiero cattolico, alleati contro le donne su molte questioni. La mistica e la mitologia della maternità vengono infatti richiamate ogni volta che per i motivi più diversi una donna sceglie di non essere una madre e di interrompere una relazione biologica.

Vogliamo considerare per un momento il fatto che sulla gpa la chiesa e il femminismo che per brevità chiamerò proibizionista abbiano obiettivamente argomenti molto simili? Davvero per nessuna di noi non è un problema che molti dei ragionamenti contro la gpa siano gli stessi di quelli usati da un’istituzione che si conserva da secoli esercitando la propria forza proprio sul terreno della sessualità, della riproduzione, della nascita, della morte e contro le donne?

La discussione sulla gpa è avvenuta nel momento storico in cui si discuteva della legge sulle unioni civili. Un momento in cui il dibattito pubblico è stato dominato da un attacco fortissimo da parte delle componenti più conservatrici della società, destre estremiste e chiesa cattolica, che hanno fatto ricorso ad argomentazioni apertamente omofobiche.

Alcune femministe si sono inserite esattamente in quel punto prendendo una posizione pubblica molto netta e anche molto mediatica, parlando di proibizione, di reato universale e prestandosi in questo modo alla strumentalizzazione politica della posizione “contro”. La loro azione ha avuto insomma un significato politico, che non ha portato a nulla di buono, ma semmai a rotture di rapporti e relazioni.

La forza del femminismo sta invece nella sua capacità di ascolto, di inclusione, e nel saper stare accanto all’esperienza anche di chi sembra o è lontano. La pratica del femminismo non consiste infine nel dare in pasto al mondo quali sono le esperienze giuste e quali quelle sbagliate, stabilire chi tradisce e chi conferma i valori del femminismo. Vorrei quindi innanzitutto che il disagio di molte alleate e compagne venisse accolto e che chi ha già fatto un passo in avanti con le scarpe chiodate lo faccia indietro, per tornare a ragionare tra noi su una strategia comune.

L’altro: il bambino come monumento da difendere o come feticcio
Uno dei punti di forza delle tesi contro la gpa è far ricorso al bambino o alla bambina che vengono messi al mondo, spesso definiti come “i protagonisti muti della vicenda” di cui non si può non tenere conto. Che ci sia un terzo soggetto è certamente vero. Ma anche in questo caso non si può fingere di non considerare la conseguenza della retorica che trasforma il bambino in un feticcio.

Si viene al mondo senza che nessuno ce lo chieda. E quando una donna è incinta deve poter decidere per sé: di mettere al mondo o di non mettere al mondo quel bambino. Su questo eravamo tutte d’accordo e non possiamo far rientrare ora dalla finestra quello che è uscito dalla porta, come diceva sempre mia nonna. Perché dare per scontato che la donna a cui ci si rivolge per la gpa non abbia una soggettività? Perché occuparsene paternalisticamente considerandola una donna annichilita? Ho l’impressione che si sia prestata poca attenzione a queste voci che non conosciamo abbastanza. Quelle delle donne non palesemente sfruttate che non abitano in India, per capirci, e per le quali alcune di noi hanno preteso di prendere parola.

Il soggetto al centro del discorso, piaccia o non piaccia, resta quindi la donna e tirare in ballo il bambino come protagonista muto è pericoloso. Non solo perché dà forza a quei movimenti cattolici e conservatori che usano i diritti del feto proprio per negare l’autodeterminazione della donna, ma anche perché è un trucco poco onesto intellettualmente.

Credo quindi sia fondamentale lasciare al centro del discorso le donne e la loro autodeterminazione. Sia che si stia parlando di interruzione di gravidanza sia che si stia parlando di gestazione per altri.

Questione economica
In tutto quello che stiamo dicendo la questione economica è centrale, ma anche in questo caso c’è qualche cosa che non mi torna e che vorrei non fosse reso invisibile nella discussione. La questione economica c’entra sempre quando una donna decide di avere un figlio che poi si tiene. Non solo: una donna viene pagata sia per fare i figli sia per non farli.

I governi che intendono intervenire sulla bassa natalità erogano dei bonus in denaro. Alle donne a cui viene chiesto di fare più figli si propone cioè un incentivo economico. Ma le donne sono anche pagate per non fare figli: ci sono aziende che pagano il congelamento degli ovuli delle dipendenti. Nella legge 194, come fa notare Murgia, sono poi state previste esplicitamente le ragioni economiche tra quelle valide per consentire un’interruzione di gravidanza. E dunque: alcune di noi non stanno forse stabilendo che ci sono ragioni economiche legittime per chi decide di abortire e che ce ne sono altre illegittime per decidere di partorire?

Il mercato conta, dunque. E se esiste la mercificazione esistono però anche delle pratiche alternative. Il fenomeno della mercificazione è di gran lunga quello prevalente, siamo d’accordo e siamo d’accordo sul fatto di non credere alla retorica del dono con cui le agenzie e le cliniche specializzate indorano quello che è diventato semplicemente un affare a spese delle gestanti e del desiderio di coppie (in prevalenza eterosessuali) di avere figlie e figli.

Ma il fatto che questo fenomeno di mercificazione sia prevalente non annulla l’esistenza di numerosi casi in cui invece sono la solidarietà, la parentela, l’amicizia a determinare la scelta. L’espediente con cui si sostiene la messa al bando della gpa è quello di far credere che la gpa solidale non esista e non possa esistere. Ma la pratica della gpa solidale è più diffusa di quanto certe posizioni vogliano credere come sostiene Lidia Cirillo che ha curato uno dei migliori libri sulla gpa che si trovano in circolazione. Lo scandalo per il ruolo del capitale finanziario nella costituzione di agenzie e cliniche mi sembra dunque da parte delle proibizioniste puramente strumentale perché si rifiuta anche solo di pensare e di discutere ogni alternativa contro la mercificazione.

Credo infine che andando oltre i due grandi temi simbolici che stanno dietro alla gpa (scomparsa della Madre e libertà femminile che passa dall’affitto del proprio corpo) vadano considerate le condizioni materiali in cui la gpa si colloca: nei paesi in cui l’adozione per le coppie omosessuali è consentita ha lo stesso senso, per fare un esempio, che nei paesi in cui l’adozione è vietata?

Dall’altra parte
Proverò ora a mettermi per un momento dall’altra parte, cercando di essere delicata e rispettosa di esperienze e desideri che posso solo immaginare e che cerco di ascoltare, ma che non vivo in prima persona. Sarò molto più sbrigativa, rispetto alla prima parte, rischiando anche di sembrare sbilanciata. Ma ho scelto di avere innanzitutto come interlocutrici le femministe con le quali al femminismo mi sono avvicinata.

Dall’altra parte, dunque, la mistica della maternità torna con prepotenza declinata in questo caso come “mistica della genitorialità”: torna cioè il fantasma del “sangue del mio stesso sangue” e della genitorialità basata su un legame biologico. E valgono per questo caso speculare tutte le obiezioni rivolte alla retorica sulla madre-monumento di cui ho parlato poco fa.

Dall’altra parte, poi, la discussione è stata immediatamente portata sul piano del diritto, un diritto da ottenere come rivendicazione e come richiesta di inclusione. Chi tende all’allargamento dei diritti, ha spiegato Chiara Zamboni nel libro “Gestazione per altri”, non avrà limiti a chiederne sempre di più. Diventa quindi importante combattere per un diritto e poi per un altro e un altro ancora e il superamento della condizione esistente diventa in sé lo scopo della battaglia politica. Ma questa logica del diritto cancella le differenze.

I desideri non sono in quanto desideri la fonte di un diritto. Non possiamo poi non considerare che ci sono dei limiti che impediscono a molti desideri di tradursi automaticamente in diritti. Non siamo tutti uguali e a prescindere dall’orientamento sessuale ci sono corpi che possono generare e altri che non lo possono fare. Questo può essere doloroso per gli uomini omosessuali che vogliono un figlio con il quale avere un legame biologico, ma il corpo che genera non può essere cancellato. L’impressione è invece che il ricorso a questa pratica e alla volontà di liberalizzarla a cuor leggero proceda proprio da una non accettazione del limite che il corpo impone e che la pratica stessa della gpa si costituisca come superamento di questo limite. Superamento che non tiene sufficientemente conto della mia parola di donna.

Nell’uguaglianza dei diritti, nell’universalismo dei diritti, è infatti sempre lei che ci perde. In tutto questo ragionamento che circola c’è poi una meccanicità. Siamo libere nelle nostre scelte dunque possiamo realizzare tutte le opportunità date. «È possibile dunque si fa». E l’appello alla libertà in gioco in questo ragionamento – che non esiste in assoluto ma sempre in un contesto – diventa solo funzionale alla meccanicità del passaggio dalla potenza all’atto: questo, fa notare giustamente Zamboni, riduce però le persone a semplici anelli di una catena che offrirà sempre e sempre nuove occasioni da cogliere.

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