Il maanchismo su Marchionne

Tra lo zio meccanico, il cognato che lavora in banca, il fratello avvocato e il nipotino con la nuova macchina telecomandata è stato inevitabile che dopo il pranzo natalizio si finisse a parlare di Marchionne. Altrettanto inevitabile che si andasse a litigare attorno a una questione così complessa, che va dall’analisi del capitalismo globale fino alla disamina delle sospensioni della nuova Punto, passando per la Fiom, il casual chic e il paniere Istat.

Su un punto però erano tutti d’accordo: nessuno di noi riusciva a dire se Marchionne gli piacesse o meno. L’ad della Fiat ci divideva, ma non gli uni contro gli altri.

Eravamo noi – quelli con i piedi sotto il tavolo del pranzo di Natale, e pure molti notisti e analisti sulle prime pagine di questi giorni – a dire che Marchionne faceva bene “ma anche” male, diceva cose giuste “ma anche” sbagliate, occorreva lasciarlo fare “ma anche” fermarlo.

Insomma, più che il Lingotto della Fiat sembrava il Lingotto di Walter Veltroni.

Il “maanchismo” su Marchionne è un virus che ha subito contagiato un Pd con scarse difese immunitarie. E ha contagiato anche me, che di economia ne capisco solo un poco. Ecco – in tre brevi punti – come mi si è manifestato:
Marchionne in questi giorni mi sembrava Ebenezer Scrooge, l’avaro finanziere del Canto di Natale di Dickens. Insomma, uno che neanche a Natale sa essere generoso con gli operai, che gli riduce le pause di lavoro e indebolisce i diritti a vantaggio dei doveri! Ma mi sembrava anche un Babbo Natale che al posto del solito paio di guanti avrebbe portato incentivi sui salari, fabbriche aperte tutto l’anno e crescita nella produzione.

La Fiom di Landini e la Camusso della Cgil li considero ideologici e fuori tempo massimo nella difesa dei loro ruoli quando arrivano a citare Di Vittorio e le lotte operaie, senza tenere conto delle trasformazioni nell’economia globale. Ma anche Marchionne mi sembra abbia un’ideologia, più pericolosa di quella dei sindacati: l’ideologia di un capitalismo in mutazione, un cyber capitalismo che ha il progetto di una società dove la disparità nella redistribuzione delle ricchezze è una realtà assoluta da non mettere in discussione.

Leggendo sui giornali i ritratti, poveri di informazioni, sulla vita privata di Marchionne ho pensato che il suo minimalismo francescano, tra pizzerie e partite a carte, dessero credibilità alla figura di un amministratore delegato. Ma ho pensato anche che le stesse pizzerie e le stesse partite a carte non bastano a dare credibilità ai tanti Cipputi di Mirafiori, a cui si chiede oggi di continuare a mangiare la margherita ma molto in fretta ché la pausa pranzo deve essere breve.

Insomma, il virus del “maanchismo” su Marchionne è ben lontano dall’essere debellato. Ancora non si conosce una cura. Un sollievo dalla malattia, seppur momentaneo, l’ho scoperto l’altra sera, dopo l’ennesimo pranzo delle feste, guardando il dvd di Corrado Guzzanti che mi ha regalato mia zia per Natale. Guzzanti imitava il ministro Tremonti e diceva: “Non vi preoccupate, se non ci fosse stata la crisi avremmo trovato un modo di fregarvi lo stesso”. Magra consolazione.