Un venticello

Il dibattito subito accesosi in rete e sulla stampa a proposito del poster per la Festa dell’Unità di Roma ha sollevato, insieme alla gonna della modella, numerose questioni sull’uso e l’abuso del corpo femminile nella comunicazione, ma, a mio avviso, ha tralasciato di mettere in discussione le motivazioni di fondo che sottendono a questo tipo di scelte visive.
Naturalmente, visto il particolare significato politico che ha assunto in Italia la lotta contro lo sfruttamento del corpo e della persona femminile, i responsabili della comunicazione del PD romano avrebbero dovuto dimostrare una maggiore sensibilità al problema, invece di indulgere nella costruzione di un’immagine in grado, sì, di richiamare l’attenzione, ma anche di banalizzare completamente uno slogan come “Cambia il vento”. Per inciso, sarà perché il partito della capitale è particolarmente sotto l’occhio dei riflettori, ma non è neanche la prima volta che la comunicazione romana del Pd si fa notare per l’utilizzo di questo stesso scialbo espediente.
E così alle critiche espresse da varie parti — il comitato ‘Se non ora quando’ ha dichiarato che “l’abbinamento fra lo slogan e l’ennesima immagine strumentale del corpo femminile ci lascia stupite e attonite”—, non si è trovato niente di meglio che rispondere, oltre che con la minaccia di un dibattito, che “il manifesto è una citazione pubblicitaria” della Marilyn Monroe di Quando la moglie è in vacanza (Billy Wilder, 1955).

Ecco, il problema nasce tutto da quell’aggettivo: pubblicitario.
La pubblicità è un linguaggio seduttivo che si è dimostrato negli ultimi venti anni vincente su tutti i fronti non ultimo quello della comunicazione politica. La pubblicità è una grammatica visiva che ha la finalità di attrarre l’attenzione a ogni costo, attraverso la forma più che col contenuto, ed è per questa caratteristica che quasi tutti coloro cui compete un dovere istituzionale di informazione verso i cittadini — penso agli amministratori pubblici oltre che ai politici — vi si sono volenterosamente adeguati. Ma una cosa è vendere (che sia un prodotto o un’idea poco cambia), tutt’altro è, dice Milton Glaser, “to inform and delight”.
Spesso nell’opinione pubblica non si ravvisa neanche la differenza tra comunicazione e pubblicità, tanto ormai è pervasiva quest’ultima, ma un politico non può non sapere che i linguaggi, parafrasando Moretti, sono importanti.  E così in nome di un malinteso adeguamento della comunicazione politica e istituzionale ai principi del brand e del marketing si è gettato via con noncuranza quell’esperienza unica che in Italia aveva visto nascere e prosperare, per tutti gli anni Settanta e Ottanta, la cosiddetta “grafica di pubblica utilità”, una sorta di progetto dell’informazione condiviso tra designer e amministratori e non un semplice servizio a richiesta. Le nostre città raccontano bene questa evoluzione: seguendo imperative ragioni economiche è stata sfrattata da ogni anfratto urbano qualsiasi forma di sopravvissuta comunicazione sociale in favore dei ben più remunerativi spazi pubblicitari.

Per carità, già sento le critiche, lungi da me voler fare del moralismo sulla pubblicità, ma dovrebbe essere chiaro che comunicazione e pubblicità sono cose diverse e abitano spazi che dovrebbero rimanere distinti. Non fosse altro che questa commistione ha pesanti ricadute anche sugli stessi costi della politica: pensate soltanto quanto costano alle casse dei partiti le campagne elettorali che si sono spostate, seguendo l’esempio del miliardario Berlusconi, dagli spazi gratuiti pubblici ai cartelloni pubblicitari 6×3.

I manifesti della Festa dell’Unità non sono dunque che l’ennesimo esempio di quanto questa confusione di linguaggi possa produrre. Fino a quando si penserà che una iniziativa politica ha bisogno della pubblicità, invece che dell’informazione, la scelta del corpo della donna sarà un’opzione valida e giustificata, così come quella di ricorrere alla firma del grande pubblicitario (vedi il caso di Oliviero Toscani per la campagna Unità 2008) che comunica solo se stesso.
L’importante è parlarne, dicono.

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