Spigole

Fare fumetti è un mestiere complicato e assurdo. Perché significa passare le proprie
giornate tra pagine e pagine di idee, di racconti e di storie. Significa essere costretti a
sognare ad occhi aperti, ad immaginare cose che non esistono e ad immaginarsele in un
certo modo, rispettando certi canoni e quello che è venuto prima (i capitoli precedenti, la visione d’insieme del curatore della testata, e così via). Poi ci sono i disegni, ed è un altro paio di maniche: lo sceneggiatore scivola via, in secondo piano, e restano le sue note, i suoi appunti, i suoi suggerimenti.

Fare fumetti è un mestiere complicato e assurdo anche per questo, perché, spesso, significa essere soli; significa alzarsi dal letto e dover andare subito alla scrivania, a scrivere. In “Spigole”, il suo nuovo romanzo per Feltrinelli, Tito Faraci – che è un veterano del fumetto, uno che ha scritto, pensato e immaginato innumerevoli storie per innumerevoli serie, e che questo lavoro, negli anni, ha finito per cambiarlo – racconta la vita di Ettore, un cinquantenne, un fumettista, uno che si sveglia e va a dormire sempre con lo stesso pensiero: trovare un modo, una via, per dire quello che deve dire.

I suoi lettori aspettano: vogliono un nuovo capitolo, un nuovo albo, e lo vogliono subito, e lo vogliono anche se non sanno cos’è che vogliono precisamente, anche se poi lo
criticheranno o ne parleranno come di un nuovo che non piace, che non convince, che
decisamente non è all’altezza del vecchio. Ed Ettore, milanese, bevitore, padre, si trova tra due fuochi: tra il piacere e il dovere (e quindi la complicatezza e l’assurdità) di essere un fumettista. Certo: “Spigole” ha un’anima di giallo, e presto la trama va altrove, a una
pescheria d’affittare, a una via di fuga dal mestiere del fumettista, al malaffare e a
innumerevoli problemi (i romanzi, specie se buoni, si reggono proprio su questo, sui
problemi).

Ma la cosa più interessante di tutto il libro è come Faraci giochi con la narrazione e con i
piani del racconto. Ettore sceneggia fumetti, ma c’è qualcun altro (o qualcos’altro?) che
sceneggia la sua vita. Che vede e prevede tutto. Che lo aiuta e, occasionalmente, lo mette in difficoltà. E poi c’è la genesi delle idee, come vengono fuori, da quale prospettiva bisogna guardarle prima di promuoverle ed accettarle. E ci sono gli amici, i colleghi, i rapporti con gli altri fumettisti (all’inizio del libro viene citato un certo Roberto che sembra richiamare, romano e fumettista pure lui, Roberto Recchioni).

Insomma, “Spigole” offre più punti di vista al lettore, e gli permette di calarsi nei panni di chi lavora nel mondo del fumetto e di chi, quotidianamente, deve confrontarsi con quelle che sono le sfide, e i tormenti e le paure, del mestiere. Ettore si sente accerchiato, costretto all’angolo, inascoltato; ha la straordinaria capacità di mettere in fila fatti ed eventi in una storia del Ranger (riferimento abbastanza palese a Tex) ma non nella sua vita. Si lamenta, forse non sapendo bene quello che ha, e si dispera. È un cittadino di Milano, della “sua” Milano. Vede il mondo come la pagina bianca di una nuova sceneggiatura, e non sa mai da dove iniziare. O forse sì, lo sa, ma ha paura di fare la prima mossa, di dire basta, di fermarsi per un momento e recuperare il fiato.

“Spigole” è la dichiarazione d’amore, e d’odio, di Faraci al suo lavoro e ai suoi lettori. È la confessione estrema, sotto un altro nome, in una situazione del tutto surreale e particolare, di chi è condannato dalla sua stessa fantasia; di chi è adulto, ma non vuole quel tipo di responsabilità, e vuole continuare a giocare, a divertirsi, a fare la cosa che più gli piace al mondo – i fumetti. Ettore, come Faraci, è un cinquantenne che non si sente cinquantenne, e che per questo, anche per questo, finisce isolato, sospeso, in bilico tra la dimensione di chi deve fare, perché è la cosa più giusta e matura, e di chi, semplicemente, non vuole: s’annoia, non ha forza, non ha nessun interesse. Ettore, come Faraci, è un figlio nel corpo di un padre, che ritrova la sua infanzia, la scintilla primordiale della sua giovinezza, in un tavolo da lavoro, seduto davanti al computer, immaginando la storia di qualcun altro.