“A proposito di niente”, il memoir di Woody Allen

Viviamo in tempi estremi, in cui le mezze misure sono démodé e ogni scusa è buona per scontrarsi. Se è un film, ci si divide tra chi pensa che sia un capolavoro e chi invece lo reputa una cacata pazzesca. Se è una serie tv, tra rivoluzione e banalità estrema. Se è un libro, ci si accapiglia per decretare il nuovo, grande romanzo contemporaneo (e a seconda della nazionalità, anche il nuovo, grande romanzo di un certo paese) o l’ennesima, straordinaria presa per il culo. Se poi è una biografia, apriti cielo: o è la verità assoluta delle Tavole della Legge o è tutto una bugia (e quindi una sfumatura della già citata “cacata pazzesca”).

Con “A proposito di niente” di Woody Allen, si è andati oltre; è scoppiata una vera e propria guerra, si sono alzate la barricate, i titoli senza pietà si sono sprecati (leggete quello che gli ha dedicato il Washington Post: “If you’ve run out of toilet paper, Woody Allen’s memoir is also made of paper”. E la storia della vita di un omino occhialuto, ebreo, figlio di New York, è diventata l’ennesima occasione per decidere: di qua o di là, con noi o contro di noi.

Come accade abbastanza spesso, non è facile dire dove sia questo qua o questo là; e nemmeno definire chi sono quelli che fanno parte dell’insieme “noi” e quelli che fanno parte dell’insieme “contro di noi”. Woody Allen ha scritto un libro-fiume, un insieme brillante di fatti, ricordi, di cose che gli sono successe (e, proprio per questo, messe in fila e a fuoco dal suo punto di vista).

Parla della New York della sua infanzia, divisa tra quartieri che somigliavano più a piccole città-stato, e di quella di oggi. Parla onestamente della sua ignoranza, del tentativo che per anni hanno fatto una certa critica e una certa opinione pubblica per ribattezzarlo intellettuale; parla della sua ex, Mia Farrow, e dei suoi figli; parla delle accuse di pedofilia, del mondo che gli è crollato addosso (e che lui, pigramente, ha scansato facendosi di lato: c’è un lato positivo nell’essere un paria, eccetera eccetera), e delle cosacce che gli attori hanno fatto per prendere le distanze da lui, per chiamarsi fuori, per ribadire che “sì, ho lavorato con Woody Allen, ma ehi: vi do tutto il mio cachet, tutto quello che ho guadagnato, e mi dissocio”.

In “A proposito di niente”, paradossalmente, si parla di tutto proprio perché si parla dell’effimero niente; e se ne parla in modo disteso e rilassato, rispettando il ritmo che devono avere le cose narrate (né troppo veloce, né troppo lento; né troppo vago, né troppo eccitato; ma il giusto), e riuscendo sempre ad accendere un riflettore, proprio come si fa nel cinema, su questa grande, piccola commedia che è la vita di Woody Allen.

Gli inizi, le influenze, i cinema-rifugio, i film a non finire, a mitraglietta, i grandi divi, la musica, la radio che non staccava mai, la frotta di zie comprensive, il papà furfante e briccone, le truffe, il sincero disinteresse per le grandi letture, e poi sempre lì, sempre eterna, sempre uguale e sempre diversa, New York. I primi amori e i primi innamoramenti.

“A proposito di niente” (in Italia pubblicato da La nave di Teseo) va visto e considerato e letto nella sua totalità. Per quanto siano straordinari l’aneddotica che contiene, le notizie (vere o presunte) che riporta, e i colpi che Allen affonda a tutta una serie di persone e personaggi, è il tono, la sua voce, quello che afferma nella sua conclusione, nella sua capacità di chiudere un cerchio, che interessa.

Guia Soncini, su Linkiesta, ha scritto una recensione che parla dei protagonisti di questo film-libro; Annalena Benini, sul Foglio, ha parlato del suo Allen, di quello che le è sempre piaciuto. Altrove, un po’ pigramente, ci si è soffermati sull’affaire con Mia e Ronan Farrow, sulle scazzottate verbali e giornalistiche, sull’infinito processo (non legale, attenzione) ad Allen. E insomma: ognuno ha scelto qualcosa o qualcuno su cui concentrarsi, su cui focalizzare l’attenzione; su cui provare a coinvolgere il lettorato.

Forse, però, la verità vera, e cioè quella che può (potrebbe?) essere abbracciata da tutti, anche dagli estremi e dagli estremisti, è che una storia è solo una storia, una biografia è solo una biografia, e un libro – indovinate – è solo un libro. La prima deve avere la possibilità d’essere detta, la seconda d’essere raccontata, e il terzo d’essere pubblicato e letto.

Con “A proposito di niente”, Woody Allen si toglie qualche sassolino dalle scarpe, è vero, butta lì testimonianze e virgolettati, anche un paio di montanti sotto alla cintura, ma poi parla d’altro; parla di chi è stato, di chi hanno detto che sia, di quello che è diventato, del cinema, della sala, dei torti subiti e dei torti fatti. Non chiede perdono. Anzi, il perdono, da bravo scrittore, non gli interessa.

È un uomo materiale e non lo nega. Si confessa e si offre al pubblico: non solo quello che lo ama, ma soprattutto quello che lo odia. E chissà: forse mentre scriveva già sapeva come sarebbe andata a finire. L’editore che prima gli dice di sì e poi gli dice di no. La divisione online, sulle colonne dei giornali, il j’accuse di un gruppo di intellettuali e attivisti. E le ragioni che si perdono tra le ragioni. Chi ha il diritto, chi non ce l’ha, la vita che è stata, e quella che, semplicemente, non sarà più.

E così si spengono le luci, la sala si calma, il brusio scompare, e sullo schermo compaiono le prime immagini. Si comincia dalla fine, dal mostro che Allen è diventato oggi per qualcuno; e si ritorna all’inizio, al bianco-e-nero della sua infanzia, quando tutto sembrava possibile e quest’omino non era altro che un omino divertente, e i libri erano solo libri, e le mezze misure non erano ancora così fuori moda, e tra zittire qualcuno e santificarlo c’erano di mezzo mari, oceani e continenti interi.