Joker è la riscoperta della pazzia e del caos

Il “Joker” di Todd Phillips è un animale feroce, impossibile da incatenare o controllare. Non è un cinecomic puro, e non abbraccia – come invece hanno fatto altri film, sempre della DC e della Warner – la vena più popolare e commerciale del cinema. È un film d’autore, è arthouse, e si affida completamente a Joaquin Phoenix, al suo talento e al suo fisico. Non è una origin story canonica; non è la discesa all’inferno di un personaggio nato buono e poi deluso dal mondo. È la riscoperta della pazzia e del caos; è la storia di un uomo che si accetta, e che si ama, per quello che è.

“Joker” è la risata forzata e dolorosa di Phoenix, è la sua danza in salotto, è il suo sorriso abbozzato, che scivola via come trucco bagnato dall’acqua. Phillips cita Scorsese, “Taxi Driver” e “Re per una notte”; dove può, mette anche qualche riferimento al Joker di Heath Ledger (il trucco, le dita nere, la fronte di Phoenix contro il finestrino della macchina della polizia, mentre guarda sognante le luci della città). New York è Gotham, e i cattivi – nel ribaltamento delle parti – sono i buoni. Thomas Wayne, il papà di Bruce, è un capitalista senza pietà, che dei poveri e dei disoccupati pensa tutto il peggio; e lo dice, e lo ripete. Arthur, ovvero il Joker, assiste impotente finché, come racconta, il mondo non comincia a notarlo; e lo nota quando si abbandona a sé stesso, alla sua follia, e alla sua rabbia.

Questo è un film che ha molteplici piani di lettura. C’è quello più immediato e più attuale, che sembra parlare della nascita del populismo: la rabbia e l’odio della gente che si riversano contro un nemico. C’è poi la visione più intimista, legata al micro-universo di Joker, che ci parla della sofferenza degli ultimi e del fatto che, a modo loro, senza alcuna scusa o giustificazione, siano vittime della società. E poi c’è Phillips che sembra prendersela con la commedia, che sembra annunciare, attraverso le parole del Joker, che non c’è niente di assolutamente divertente, e che tutto è soggettivo.

È il trionfo, all’estremo, dell’individualismo. Riferimenti alla storia originale, al Joker batmaniano, ci sono: c’è la famiglia Wayne, e c’è il piccolo Bruce. Ma Phillips, intelligentemente, abbraccia il linguaggio del cinema e si concentra totalmente su di esso. Confeziona delle immagini e delle sequenze visivamente straordinarie (la fotografia è di Lawrence Sher): sono dei quadri, dove la luce, la posizione degli oggetti e dei corpi, e l’espressione dei volti sono pennellate precise, attente, che riescono a vibrare di una loro forza.

Il lavoro attoriale – tra Phoenix, Zazie Beetz, che interpreta una delle vicine di Arthur, e Robert De Niro – è una parte importante del film; ed è la rappresentazione in movimento dello scontro tra parti: ricchi contro poveri; agiati contro disagiati; pazzi contro sani di mente. Un figlio che non ha una madre, e che però si ritrova a seguirne una. Un comico che non fa ridere che ne incontra un altro, di successo, che è tutto ciò che la gente vuole. Un uomo che è brutale e cattivo, ma che è anche delicato, dolce, timido.

La musica, firmata da Hildur Gudnadottir, erede di Johann Johannsson, riempie ogni istante, dà il tempo e il ritmo ad alcune sequenze, e diventa, di fatto, una delle protagoniste di “Joker”. I toni sono lenti e trascinati, volutamente forzati e appesantiti, capaci di esprimere un’angoscia e un’ansia uniche. La violenza di Arthur, che esplode all’improvviso, proprio come esplode la sua risata, è fastidiosa: comincia come una leggerissima puntura, e diventa mano mano sempre più presente, sempre più affaticante, come un pugno o un forte strattone.

Assistiamo alla storia di Arthur sapendo già quello che sarà di lui; e ciò nonostante, la sua trasformazione – meglio: la sua affermazione – è sorprendente. Phillips, affiancato alla sceneggiatura da Scott Silver, ritaglia nella sagoma scheletrica e magrissima di Phoenix la scultura della pazzia e della furia ferale degli uomini. Non c’è nessuna paternale, nessuna morale, in questo film; c’è la sconcertante messa in scena della rabbia e del decadimento della società. “Joker” non si pone nessun obiettivo; non abbraccia, né critica il buonsenso comune. Mostra, semmai, l’altra parte della storia, l’altra idea (insana, socialmente condannata) del trionfo della personalità. E fa male. È il Joker senza Batman: è una metà che, di colpo, si fa totale. Non ci sono luci e ombre; non c’è nessun “se”, nessun “ma”: è il sorriso più triste, più spaventoso, che ci possa essere.

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