Il mistero Conte

Sembra che stiamo scivolando verso le elezioni. Che sia vero o no, è interessante il ruolo di Conte (che, forse, a vedere i sondaggi, sarebbe quello che ne avrebbe più a guadagnare). Come tutti sanno, infatti, si parla di una lista Conte o di un suo ruolo di capo dei 5stelle.

Il Conte politico rimane però un apparente mistero. Anche se forse, a ben vedere, l’attuale presidente del consiglio porta a compimento un processo di “neutralizzazione” della politica che ha radici lontane.

Conte infatti può governare con la destra più becera, poi può costituire un governo con tutta la sinistra parlamentare, poi ancora può cercare i responsabili di centro o di centrodestra, e può comunque continuare a salire nei sondaggi al punto che una sua lista avrebbe un consenso molto alto. A pensarla, però, non è facile capire chi ci possa essere in questa lista e quale orientamento possa avere, perché Conte non ha un retroterra politico chiaro.

Sarebbe una lista “neutra”, fatta solo per governare e – sottolineerei – per governare in parlamento, in un sistema parlamentare come il nostro, non importa con chi (un Movimento 5 Stelle al contrario, che invece di non governare con nessuno può governare con chiunque), e non tanto per governare a partire dalle forze del Paese. Non c’è da stupirsi, il parlamento è un parlamento di “responsabili” almeno dal 2013 (lo dicevo, in qualche modo, qui). E questo è l’esito di un processo culturale che viene più da lontano, oltre che l’esito del nostro parlamentarismo che non è mai stato rivisto.

Del resto i partiti di sinistra sono semplici partiti del “buon governo”, cioè della tecnica amministrativa, almeno da 20 anni. E hanno demandato il livello ideale di trasformazione della società al tema dei “diritti” – peraltro, a pensarci bene, in potenziale accordo con visioni di tipo liberale -, perdendo anche solo la grammatica di un’impostazione sociale dei problemi. Il berlusconismo aveva annientato le ideologie di destra, mescolando la retorica liberale e liberista allo statalismo (a convenienza).

Il centro cosiddetto moderato non ha negli ultimi decenni espresso ideologie (o idealità) particolari, limitandosi a trattare in subappalto, in momenti strategici, princìpi non negoziabili imposti da altri. Renzi, senza cambiare nulla di sé, è passato da essere leader del più grande partito di sinistra a fondare un partito di centro che in maniera del tutto esplicita voleva assorbire pezzi di centrosinistra e inglobare pezzi di centrodestra. E tutto questo, lo ripeto, senza cambiare nulla del proprio pensiero politico, ma scaricando il problema sulla “comunicazione” (da un certo punto degli anni di governo in poi speculare alla comunicazione pentastellata) e sulla “narrazione”. La stessa destra più rozza, quella leghista, è passata dal regionalismo, consunto dagli scandali, al nazionalismo, pur di rimanere al potere, e tenta ora di riposizionarsi sotto il cappello europeo.

Di tutto questo processo, Conte è il punto, direi, più “concettuale”, più trasparente, proprio perché politicamente neutro.

Può dirsi populista, rifarsi a Trump e poi a Biden, richiamarsi al socialismo (che nessuno sa più cos’è) e al centro moderato, ed essere a sua volta considerato il punto di riferimento dei progressisti, può essere alleato di forze antieuro e rivendicare orgogliosamente il ruolo dell’Europa. Non si tratta (solo) di trasformismo, nel senso tradizionale del termine, cioè di una mancanza di etica del ceto politico che seguirebbe solo i propri interessi, ma mi pare appunto che stiamo assistendo a una trasformazione profonda dei nostri sentimenti politici, alla loro neutralizzazione. E questo è il primo punto, che mi pare interessante.

Il secondo, più evenemenziale, riguarda proprio una ipotetica lista Conte in un’ipotetica elezione imminente. Lista ipotetica perché Conte potrebbe invece assumere la leadership dei 5Stelle, il che da un lato lo garantirebbe maggiormente, dall’altra lo esporrebbe a una sua emarginazione alla prima difficoltà del partito. Ma ipotetica anche perché la lista Conte, a mio avviso, tramonterebbe nel caso in cui Conte non si presentasse alle elezioni come Presidente del consiglio in carica. Il che potrebbe avvenire se il Conte bis, o un Conte ter, non superasse il semestre bianco. Chi vuole liberarsi di lui, se non ci riesce già ora, potrebbe infatti sbarazzarsene proprio avvantaggiandosi dello scudo del semestre bianco. In sostanza, il momento più propizio per Conte è ora.

Ma come sarebbe composta la lista? Come potrà Conte trasferire la sua diafaneità politica in una proposta elettorale? A quale cultura politica dovrà tentare di rifarsi?

Certo qualche antecedente, vago, esiste. Per esempio, per certi aspetti, proprio quel Macron il cui esempio avrebbe dovuto essere seguito dall’operazione di Italia Viva. Anche Macron era riuscito a cogliere l’attimo della pura concettualizzazione politicista, apparendo di sinistra e di destra e sbucando dal nulla. Era stato però aiutato da un ceto intellettuale e politico di lungo corso e provate capacità (a partire dall’intramontabile Jacques Attali). E lo stesso Sarkozy aveva tentato l’approccio di governo se non proprio bipartisan, almeno includente. Ma era un modo per spaccare il campo avversario, finito male.

Ha Conte abbastanza risorse umane e intellettuali attorno a sé per imbastire almeno una parvenza di abito di cultura politica che possa resistere agli strappi della competizione? O tenterà di mettere in crisi gli avversari proprio includendo nella famosa lista personalità di varie origini politiche?

Altra strada potrebbe essere quella della lista con personalità non note, come nel caso dei primi 5 Stelle, ma rappresentative del Paese, che si prestano alla politica come costruttori che, almeno inizialmente, dipendono esclusivamente dal leader. Potrebbe funzionare, ma per poco tempo, perché dopo poco l’effetto casting devia sempre verso il posticcio. Del resto pensare che possa bastare la neutralità della comunicazione politica sui social e la buona educazione di Conte in televisione per raggiungere il consenso elettorale sembra un po’ ardito. Può davvero essere sufficiente un Casalino – lo chiedo senza ironia – per tradurre la “concettualità” di Conte in un prodotto elettorale? Si può davvero inglobare tutto senza un’elaborazione, solo perché volenterosi?

A meno che, proprio perché diafano, proprio perché conseguenza di una neutralizzazione della politica, proprio perché necessitato a mantenersi in un equilibrio così concettuale, Conte non possa davvero rielaborare tutto questo per proporre agli italiani in modo programmatico, ma neutro, una serie di riforme dello Stato che consentano di riorganizzare le forme della politica. Io ne dubito, ma il mistero è qui.