La storia dentro Sanpa

Anch’io ho visto la docuserie Sanpa sulla vicenda di Muccioli e di San Patrignano. E come tutti ne ho ammirata la qualità tecnica e narrativa che la pone ai livelli di analoghi prodotti americani (Wild, Wild Country, per dirne uno). Le polemiche che ne sono seguite, e che perdurano, sono estremamente interessanti e rilanciano in tono minore quelle che furono allora, ma non è questo il dettaglio che vorrei seguire qui.

Mi ha colpito in particolare, della ricezione della serie, il senso di stupore che ha colto molti spettatori rispetto all’esistenza stessa di quella vicenda. Molti non la conoscevano per limiti di età, sono nati dopo, altri, come il sottoscritto, che avrebbero potuto ricordare bene tutti i dettagli, ne avevano un ricordo nebuloso.

Intendiamoci: ricordo molto bene, da ragazzino, “il problema della droga”, come lo si chiamava, che riguardava la diffusione, enorme e visibile, dell’eroina; ricordo certe strade e certi giardini di Milano (dove oggi ti spennano per un daikiri) essere offlimits, le distese di siringhe usate su certi marciapiedi. E ricordo naturalmente la figura di Vincenzo Muccioli e le polemiche sui suoi metodi, anche se non avrei potuto riassumere la vicenda prima della docuserie.

Ma tutto questo all’epoca non mi interessava, perché mi dava l’impressione di essere una cosa proveniente da un mondo precedente, alle spalle, e che non riguardasse il mio presente.

Credo che tutte le generazioni sentano da subito un senso se non proprio di estraneità almeno di distanza, di non completa intimità, con qualcosa che fa parte del mondo nel quale stanno, ma che appartiene a un passato, anche immediato, che incombe e che non le riguarda completamente. Vale per gli eventi storici, ma vale anche per le canzoni, i film, i prodotti della cultura che sono già datati, che hanno il marchio di un altro mondo, alla prima fruizione. E si comincia a essere vecchi, anche se si tengono le redini del mondo, quando le nuove generazioni, arrivate al momento in cui sono pensanti e prendono il loro spazio nelle cose, avvertono con distanza ciò che a noi sembra ancora contemporaneo.

Il punto è questo: la contemporaneità è fatta di temporalità diverse, di durate differenti. E tutte queste temporalità, queste durate, sono inserite nella trama del presente, anche se non le vediamo in modo immediato e distinto.

Mi ha colpito che molti dei protagonisti e dei comprimari, almeno quelli intervistati nella serie, siano tutt’altro che vecchi di un mondo passato. Non sono i partigiani novantenni che parlano (in apparenza) di un tempo consegnato alla storia, non sono i testimoni esotici di vicende magari a noi vicine ma di aree geografiche distanti. Sono persone nel pieno delle forze, nella piena maturità, dello stare al mondo.

Eppure parlano di un mondo che non c’è più, perché nella serie abbiamo visto una scheggia (significativa) di un mondo passato, talmente passato che non ce lo ricordavamo, ma talmente presente che molti dei suoi protagonisti ce lo raccontano. In questo senso ha un effetto spettacolare e quasi metaforico di questa pluralità di tempi che è ogni contemporaneità il fatto che Andrea Delogu, della quale non si può certo dire che appartenga al passato, sia figlia di Walter Delogu e abbia vissuto da bambina a San Patrignano. In questo senso, Sanpa non parla del passato, ma del presente. O meglio, parla di due tempi del presente.

L’effetto spiazzante e straniante della serie allora non è tanto, per me, il contenuto, ma proprio la messa all’opera delle diverse temporalità di un momento storico, in cui lo stupore di chi guarda fa parte del racconto. E lo stupore, dal mio punto di vista, è proprio dato dalla percezione che la storia è un groviglio di temporalità e durate, di contemporaneità che si inseguono.

Quando io ero ragazzino erano ancora vivi i partigiani e i fascisti (quelli veri), ma io non lo sapevo, non era il mio mondo (anche se ero in quel mondo), e quando sono nato c’era la stessa distanza cronologica tra me e la fine della guerra mondiale che c’è oggi tra noi e la morte di Muccioli.

Sanpa – e questo è il secondo dettaglio che mi interessa – non è un’opera storica, di ricerca storica, ma è un prodotto dell’industria culturale, fatto molto bene; è un prodotto “letterario”, potremmo dire, ma che dice anche qualcosa della storia (e della disperazione degli storici).

Certamente non bastano le fonti “dirette” per fare un’opera di storia, tanto più che è del tutto evidente in questo caso che ciascuno degli intervistati dice quello che vuole dire, che è una verità, e fa capire di non dire tutto quello che sa, come in un Rashomon giornalistico. E tuttavia ognuno di loro è una fonte diretta.

In fondo non molto diversamente ci si accapiglia, con altri metodi (ma qui il discorso si farebbe lungo e complesso), su fenomeni del passato. Che si parli del fascismo, o di Francesco d’Assisi, la disperazione è sempre la stessa (e un prodotto non storiografico come Sanpa ci dice molto di questo), cioè la paura di un abisso, l’impossibilità di rendere conto dei fenomeni, anzi di non capire neppure che cosa sia significativo e che cosa no in un determinato fenomeno (con la preliminare sdrucciolevole inquietudine di stare costruendo un fenomeno che in se stesso non sia significativo).

Che si tratti di capire le origini del fascismo (cito il fascismo anche perché l’opera, che è letteraria checché se ne dica, di Scurati ha rilanciato il tema delle fonti in un alveo di fruizione culturale ampio), o che sia altro, il gioco tra ricostruzione che si vuole oggettiva (la finzione metodologica dell’oggettività come orizzonte da raggiungere fa parte degli attrezzi degli storici), risignificazione, riuso strumentale, fruizione culturale, è un gioco appeso ad un abisso.

Un altro esempio che mi va di fare perché è un problema classico, direi da manuale in questo senso, è quello della vita di san Francesco, sulla quale sappiamo poco e spesso siamo condizionati da fonti francescane posteriori, attraversate da mille interessi concreti non sempre convergenti e da mille diverse visioni su chi fosse Francesco.

“Nos qui cum eo fuimus”, noi che siamo stati con lui, è la frase che usano tre francescani che appartenevano alla prima cerchia di Francesco. E in particolare la usava frate Leone, che visse ancora molti decenni dopo la morte di Francesco, e che si è trovato quindi ad attraversare differenti francescanesimi e che quindi usava quella frase per esibire la propria autorità di testimone oculare, di persona che aveva davvero vissuto in quella comunità. Ci dava garanzia di oggettività quella testimonianza (non dico testimonianza di buona o mala fede, ma di oggettività)? Cosa c’era di Francesco nei francescanesimi e che cosa c’è nei francescanesimi che ci spiega davvero Francesco?

La storia è spiazzante, anche quella che noi viviamo ancora senza saperlo. Per questo Sanpa, che non è una ricerca storica (ma che, oltre a cambiare il quadro del genere docuserie in Italia, forse crea le condizioni pubbliche perché quella vicenda, che è una scheggia di Italia, sia trattata anche dagli storici, secondo i loro metodi), insegna qualcosa sulla storia. E cioè che spesso arrivi alla fine e ti pare di non aver capito. Pensi tante cose, ma non collimano. Poi le ripensi, ti sembra di aver capito, e non collimano ancora. Se la storia – e la contemporaneità, con le sue diverse temporalità – fosse tutta così?