Milano non è un criceto

Il 21 febbraio 2020 a Milano finì la Belle Époque. Un attimo prima c’erano i walzer di Strauss, quello dopo Schnitzler, Freud, Schiele e Kokoschka. Qualcuno (io) avvertiva da mesi che la città era al culmine e che presto sarebbe iniziata la discesa, ma nel dirlo si sentiva come Ernesto Calindri, il commendatore del carosello della China Martini che ripeteva a tutti, scuotendo la testa, «Düra minga, düra no. Non può durare». Tutti gli altri a Milano sembravano ubriachi, postavano raffiche di foto per celebrare la bellezza della città, visioni dall’alto, grattacieli, cieli azzurri, tramonti esagerati, bar affollati. Nessuno, di certo, si sarebbe mai aspettato lo schianto.

Il 22 febbraio l’epidemia scoppiò. In un solo giorno si passò da 17 contagiati in più a 59. Fu il sindaco Sala a dire per primo che bisognava «ridurre la socialità» e considerare la chiusura delle scuole. Fu fatto. Ma dopo tre giorni, mentre i contagi salivano, tra i milanesi crebbe anche la protesta provocata dalla paura per l’economia e per il lavoro, i figli a casa da scuola, la rinuncia all’aperitivo e alla palestra. Così, mercoledì, il sindaco cambiò linea.

In un video a social unificati, disse che bisognava ripartire dalla cultura, lanciò l’hashtag #Milanononsiferma e pubblicò un video per celebrare il fulgore della città che a molti fece tornare in mente quello, famoso, dell’Amaro Ramazzotti, a qualcun altro il «Chi-si-ferma-è-perduto» e a pochissimi (io) una scritta letta su un muro all’inizio degli anni Ottanta: «Allevate levrieri per ciechi che hanno fretta». Per infondere fiducia quella stessa sera il sindaco si fece fotografare in un bar davanti a una birra in compagnia di un noto conduttore televisivo, entrambi mostrando sorrisi non proprio convinti.

Molti milanesi esultarono, altri si arrabbiarono dicendo che per combattere il panico non si poteva dare l’idea della sottovalutazione. Per fortuna, con coraggio Nicola Zingaretti – segretario e leader della corrente «Un bel tacer non fu mai scritto» dell’unico partito progressista rimasto in Italia – rispose all’appello del sindaco e si smosse finalmente da Roma per correre anche lui a prendersi uno spritz sui Navigli.

Per qualche ora l’ottimismo dilagò, ma le notizie dei contagi continuavano ad arrivare e, anzi, il giorno dopo schizzarono in alto con furia indecente, passando da 78 a 252 casi in più. Nonostante questo, con testardo vitalismo, i bar riaprirono anche dopo le 18 e si riempirono subito, come gli autobus, la metrò, i luoghi di lavoro, le strade. Durò per un giorno, fino a quando il governatore della Lombardia, avv. Attilio Fontana, pensò bene di tranquillizzare la popolazione facendosi riprendere con una mascherina in faccia, dopo che una sua collaboratrice era risultata positiva al tampone. Per combattere la sottovalutazione, si finì per dare l’idea del panico. Come ogni epidemia, anche quella di Covid-19, dimostrava innanzitutto che i potenti sono impotenti e che, come ogni essere umano, di fronte ai cataclismi brancolano nel buio e procedono per tentativi ed errori. E che per chi prende decisioni e deve comunicarle non sbagliare è quasi impossibile. Intanto i maggiori giornali titolavano a nove colonne sulla peste bubbonica, lanciando appelli alla calma e al buon senso.

Ai messaggi di sindaco e governatore, entrambi animati da nobili intenzioni, i milanesi attribuirono significati opposti e non conciliabili (anche perché erano gli stessi in cui da giorni si dibattevano): fate come se niente fosse vs. barricatevi in casa. E così i milanesi fecero, apparentemente divisi in due fazioni – da una parte gli «è solo un’influenza», dall’altra i «sarà una pestilenza» – con l’aggravante che, purtroppo, quelle due stesse fazioni albergavano e attraversavano la testa di ogni individuo: c’erano persone terrorizzate e scandalizzate per l’ottimismo del sindaco, che però uscivano a lavorare, prendevano i mezzi e i negroni sbagliati, e persone che ostentavano tranquillità accusando il governatore di spargere il terrore, che però smisero di uscire di casa e toccare i figli. I minimizzanti pensavano, ripetendolo ad alta voce, che i morti sarebbero morti comunque. I massimizzanti rispondevano che questo valeva anche per i vivi.

E come in ogni carnevale – l’epidemia iniziò proprio nei giorni del carnevale ambrosiano, istituito in ritardo, si dice, proprio a causa di un’antica pestilenza – tutto si ribaltò. Si ascoltarono politici di destra affermare che per ogni decisione si sarebbero rimessi al parere di scienziati ed esperti, e altri progressisti, fino ad allora paladini della cultura e della scienza, ignorare gli avvertimenti delle più importanti istituzioni sanitarie italiane e mondiali.

Il ribaltamento si materializzò anche sul tema del denaro e del lavoro (il milanese è l’unico dialetto al mondo dove per il lavoro non c’è un sostantivo, ma un verbo: laorà); gli eredi del liberismo propendevano per la salute, gli eredi dei socialisti si mostravano più preoccupati per l’economia. Nessuno, forse per non tirare in ballo la Cina, citò la celeberrima frase di Kennedy secondo cui la parola crisi in cinese è composta da due caratteri che significano «pericolo» e «opportunità» (JFK sbagliava, ma questo è un puntiglio inutile, in questa sede).

Pochissimi ebbero il coraggio di dire che una città non è un criceto costretto a girare sulla ruota in eterno e che la sua forza si misura anche nella sua capacità di fermarsi, magari per ripensare e aggiustare quello che, in futuro, ad averne il tempo, forse potrebbe funzionare meglio. E che le pause forzate, per quanto spiacevoli e tragiche, permettono di fare cose altrimenti impossibili. In generale si faceva fatica a concepirsi come parti di un sistema o di un processo, ma solo di una filiera. Si esisteva soltanto come individui presenti qui e ora.

Per le strade i passanti, scissi e spaesati, si sforzavano di scherzare. «Sei tu il milanese zero?», ci si domandava incontrandosi, ma mantenendo una certa distanza. Il senso di spaesamento non si doveva tanto al fatto che le strade fossero più vuote, ma a un impercettibile e strisciante riorganizzarsi dei rapporti tra i corpi. Per la prima volta nella storia, perfino i piccioni si scansavano al passaggio degli umani in piazza Duomo.

Ma se le distanze fisiche aumentavano – qualcuno aveva stabilito che bisognava tenersi ad almeno 1 metro e 82 da chiunque altro – quelle sociali sembravano livellarsi perché tutti, potenzialmente, dal barbone all’hypster, avrebbero potuto essere infetti. Intanto il contagio non accennava a placarsi, anche se stranamente in città i casi di cui si aveva notizia erano rari. Si ammalarono due magistrati, e Piercamillo Davigo non era tra questi, ma si sprecarono le battute sulle mani pulite.

Furono la rabbia e il sarcasmo, però, a dare un senso a tutta quella malinconia e paura. Le immagini del governatore in mascherina e del sindaco davanti alla birra catalizzarono gli opposti sentimenti che definivano le due fazioni. Proliferarono i meme sul governatore di cui in molti scrissero che aveva fatto bene a coprirsi la faccia e che assomigliava al conte Dracula.

Ma anche nei confronti del sindaco e delle sue tshirt #milanononsiferma, non si mostrò tenerezza e si fu ingenerosi, considerando che era uno dei migliori che Milano avesse mai avuto. La maggioranza era schierata con lui, ma in città in assenza di focolai di malattia, ne crescevano di delusione. Qualcuno era furibondo. Si racconta, per esempio, di un professore di lettere in pensione, molto anziano, molto livoroso e molto ipocondriaco, che si chiuse in casa come Don Ferrante ad aggiornare, adeguandoli all’oggi, i capitoli sulla peste dei Promessi sposi. Qui potete leggere un estratto del capitolo XXXI.

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«Due o tre giorni dopo, il 26 di febbraio[1], emanò il sindaco[2] una grida, in cui ordinava pubbliche feste, per la prima edizione  dell’Apericena Week [3], senza sospettare o senza curare il pericolo d’un gran concorso, in tali circostanze: tutto come in tempi ordinari, come se non gli fosse stato parlato di nulla.

Era quest’uomo, come già s’è detto, il celebre Beppe Sala[4] eletto per raddirizzar le finanze cittadine e la macchina dell’Expo[5], e incidentemente, a governare (…). La storia ha deplorata la sua sorte, e biasimata l’altrui sconoscenza; ha descritte con molta diligenza le sue imprese manageriali[6] e politiche, lodata la sua previdenza, l’attività, la costanza: poteva anche cercare cos’abbia fatto di tutte queste qualità, quando il covid-19[7] minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balìa.

Ma ciò che, lasciando intero il biasimo, scema la maraviglia di quella sua condotta, ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo.

All’arrivo di quelle nuove de’ paesi che n’erano così malamente imbrattati, di paesi che formano intorno alla città quasi un semicircolo, in alcuni punti distante da essa non più di diciotto o venti miglia; chi non crederebbe che vi si suscitasse un movimento generale, un desiderio di precauzioni bene o male intese, almeno una sterile inquietudine?

Eppure, se in qualche cosa le memorie di quel tempo vanno d’accordo, è nell’attestare che non ne fu nulla. La crescita[8] dell’anno antecedente, gli involtini primavera, il gran numero di vecchi e la quantità di tamponi laringo faringei[9], parvero più che bastanti a render ragione della mortalità: sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse il contagio, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo. La medesima miscredenza, la medesima, per dir meglio, cecità e fissazione prevaleva nel senato, nel Consiglio de’ decurioni, in ogni magistrato».

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[1] 18 di novembre
[2] governatore
[3] per la nascita del principe Carlo, primogenito del re Filippo IV
[4] Ambrogio Spinola
[5] quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo
[6] militari
[7] la peste
[8] La penuria
[9] le angherie della soldatesca, le afflizioni d’animo