Le fondazioni bancarie e la politica

Le fondazioni bancarie non attraversano un bel momento. In realtà già da un po’ non se la passano bene. Ma la recente vicenda Montepaschi, con la decisione della Fondazione MPS (e, in primis, della sua presidente Antonella Mansi) di rinviare lo scorso fine dicembre l’aumento di capitale da 3 miliardi di euro fortemente voluto dai vertici della banca Mps (il presidente Alessandro Profumo e l’amministratore delegato Fabrizio Viola) ha accresciuto tensioni e dissapori.

Di molti, oltre ovviamente a Profumo e Viola che a lungo hanno meditato di dimettersi. E, in particolare, di Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri (l’associazione che riunisce le 88 fondazioni bancarie italiane) e della Fondazione Cariplo. In pratica il numero uno indiscusso, da anni e anni, del sistema fondazioni, che in questa “partita” è coinvolto non solo perché c’è di mezzo il sistema, appunto, che rappresenta ma anche perché da più parti si vocifera di una cordata di fondazioni capitanata proprio dalla fondazione Cariplo per rilevare una grossa fetta (si parla di circa il 20%) della quota della banca MPS detenuta dalla Fondazione MPS pari al 33,5%. E già una simile ipotesi risulta quantomeno curiosa per almeno una duplice ragione: le fondazioni bancarie, secondo la “legge Ciampi” che dal 1999 regolamenta il settore, devono occuparsi di filantropia e non di attività bancaria, prevedendo allo scopo una progressiva uscita dall’azionariato delle banche conferitarie; le partecipazioni bancarie che le fondazioni continuano a detenere servono a rendere disponibili risorse per alimentare l’attività filantropica, ma sembra piuttosto difficile immaginare oggi che i bilanci della banca MPS nei prossimi anni potranno garantire la distribuzione di cedole).

Guzzetti, dicevamo, la settimana scorsa si è molto irritato per alcuni passaggi dell’intervista che Profumo ha rilasciato il 15 gennaio al vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini a ridosso della riunione del consiglio di amministrazione di banca MPS in cui, con Viola, ha confermato di voler rimanere al timone di Rocca Salimbeni.
In quell’intervista l’ex amministratore delegato di Unicredit ha fatto almeno un paio di affermazioni di assoluto rilievo. Innanzitutto, a proposito del ministro dell’Economia Saccomanni (alla cui vigilanza è sottoposta per legge l’attività delle fondazioni bancarie) ha detto: «Mi aspettavo una maggiore incisività nei confronti della fondazione MPS». E poi, paventando i rischi insiti in un mancato aumento di capitale, il cui rinvio finora è già costato 120 milioni di ulteriori oneri maturati sui circa 3 miliardi di “Monti bond” da rimborsare allo Stato italiano, ha tagliato corto: «Mi auguro che la Fondazione MPS trovi gli interlocutori giusti. E mi auguro, soprattutto, che i tempi vengano rispettati. Perché voglio dirle una cosa con la massima chiarezza. Se non riusciamo a fare l’aumento di capitale non è a rischio solo il Monte, ma l’intero sistema bancario».

Con questa analisi Guzzetti non si è trovato affatto d’accordo perché il giorno successivo ha replicato piccato che quelle di Profumo erano parole avventate: «Credo sia un’affermazione avventata e destituita di ogni fondamento. Non bisogna far fallire nessuno, ma questa sui danni al sistema mi pare un’affermazione pesante».
Vedremo presto chi dei due ha ragione visto che senza aumento di capitale il rischio che banca MPS possa finire sotto l’ombrello dello Stato è tutt’altro che scongiurato, con buona pace dei miliardi di euro che la banca deve restituire allo Stato italiano, cioè ai suoi contribuenti.

Tuttavia c’è un’altra questione che suscita più di un interrogativo nel sistema fondazioni bancarie ma di cui, al contrario del caso MPS, se ne parla molto poco, quasi per niente. Ed è la decisione di Sergio Chiamparino di candidarsi alla guida della regione Piemonte annunciata l’11 gennaio, all’indomani della sentenza del Tar che ha annullato le elezioni regionali del 2010, contro la quale due giorni fa il governatore Cota ha presentato ricorso al Consiglio di Stato. «Sto preparando la lettera con cui annuncerò ufficialmente al comitato di gestione della Compagnia di San Paolo le mie dimissioni» disse quel giorno Chiamparino. Per poi confermare il 16 gennaio (intervistato da Diego Longhin per Repubblica): «Ormai la decisione è presa. Ho scelto. Mi metto a disposizione, penso di poter essere utile al centro sinistra e al Piemonte. Meglio avere quindi le mani libere, non coinvolgendo in nessun modo la Compagnia».

Già, perché Chiamparino è stato fino a pochi giorni fa al vertice di una delle più ricche e potenti fondazioni bancarie del Paese che, tra le altre cose, esercita una forte influenza (proprio insieme alla Fondazione Cariplo) sulla governance del gruppo bancario Intesa-Sanpaolo. Chiamparino è diventato presidente della Compagnia nel maggio 2012 dopo appena un anno dalla conclusione del suo mandato di sindaco, suscitando per questo non poche perplessità. Al punto che ci fu chi parlò di fondazioni bancarie come porte girevoli attraverso le quali la politica vi entra ed esce.
Guzzetti provò a porre un argine alle montanti polemiche facendosi promotore del varo di una “Carta delle fondazioni”, approvata dall’assemblea dell’Acri il 4 aprile 2012, di cui tratteggiò i principali contenuti in un’intervista rilasciata pochi giorni dopo ad Adriano Bonafede per Affari&Finanza, intitolata inequivocabilmente: ”Guzzetti: «Fondazioni, un firewall contro l’invadenza della politica»”.
In quell’intervista Guzzetti affermava: «Chi ha fatto politica non può entrare in una Fondazione, se non dopo un periodo di decantazione di uno-due anni. La discontinuità deve valere anche in uscita: chi è stato dentro una Fondazione non potrà candidarsi in un partito se non passeranno uno o due anni di sabbatico». Al che Bonafede, di rimando: «Quest’ultima indicazione rischia di apparire incostituzionale. Chi può impedire a qualcuno di dimettersi o di attendere la fine del proprio mandato per poi passare alla politica?».
E Guzzetti: «Lei ha ragione. Infatti per noi si tratterebbe di un impegno d’onore da far sottoscrivere al presidente o ai membri della Fondazione», arrivando addirittura a ipotizzare che potevano essere «contemplate anche conseguenze economiche: ad esempio si potrebbero chiedere indietro i compensi elargiti in caso di passaggio immediato alla politica».

In realtà il dettato della Carta è molto generico. Infatti, al punto 7 dei Principi dedicato a “Incompatibilità e ineleggibilità” le maglie si allargano, rimandando ad autonome decisioni delle singole fondazioni come regolarsi in proposito. Ecco cosa dice:
«Al fine di salvaguardare la propria indipendenza ed evitare conflitti di interesse, la partecipazione agli organi delle Fondazioni è incompatibile con qualsiasi incarico o candidatura politica (elettiva o amministrativa). Le Fondazioni individuano le modalità ritenute più idonee per evitare l’insorgere di situazioni di conflitto di interessi, anche ulteriori rispetto alle predette fattispecie. Le Fondazioni individuano inoltre opportune misure atte a determinare una discontinuità temporale tra incarico politico svolto e nomina all’interno di uno dei loro organi. La disciplina di eventuali ipotesi di discontinuità tra cessazione dalla Fondazione e assunzione successiva di incarichi politici (elettivi o amministrativi) è rimessa alla sottoscrizione di “impegni” morali o alla stesura di un “codice etico”».

Ad oggi la Compagnia di San Paolo non si è ancora dotata di un codice etico al quale dovrebbe spettare la definizione di un impegno morale per l’uscita. Sul sito della Compagnia di codice etico c’è traccia solo in un breve comunicato del 16 settembre 2013 in cui si legge che è stata avviata «una prima riflessione sulla possibilità di rivedere lo statuto» e che in quella data, in consiglio generale, «anche in coerenza con la Carta della Fondazione già fatta propria dalla Compagnia, si è condivisa la necessità di prevedere un congruo periodo in entrata (un anno), mentre per l’uscita la definizione di un impegno morale (che verrà inserito in un “Codice etico”) a non ledere l’indipendenza della Compagnia per i consiglieri che assumano incarichi politici oppure in enti o anche organizzazioni a vario titolo collegabili con l’attività della Fondazione».
Intanto Sergio Chiamparino rassegna le dimissioni da presidente della Compagnia di San Paolo (che diverranno effettive il 3 febbraio) e si candida alle prossime, verosimilmente imminenti, elezioni regionali del Piemonte. Giuseppe Guzzetti non si pronuncia sulla questione. E il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni che fa?

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