Ultimo piano (o Porno Totale)

Tempo fa pubblicai su questo blog alcune puntate di un “Feulletton Pornographique”, poi smisi. Il motivo è che quegli episodi (molto, molto mutati) si sono sommati ad altri e sono diventati un romanzo, di nome “Ultimo piano (o Porno totale)”, che esce oggi in libreria e online per Imprimatur editore.

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Come chi lesse le prime puntate sa già, il romanzo parla di un fratello e una sorella, di nome Claude e Claude, che lavorano nell’industria pornografica in ruoli diversi e con scopi opposti. La loro storia ruota attorno alla nascente carriera della donna e a un film dalle incredibili proprietà, il “porno totale”, che risucchierà le loro vite assieme a quelle di congiunti, amici e colleghi. Narratore e deus ex machina è Frank Spiegelman, «uomo orrendo» e proprietario della più grande casa di produzione pornografica di una Varsavia immaginaria, «capitale dell’Europa Federale». Tutto inizia, si svolge e finisce all’interno del grattacielo della sua azienda; un edificio che, grazie alla sua particolare struttura, influirà sullo stesso svolgersi degli eventi.

Chi fosse curioso, potrebbe diventarlo di più leggendo l’incipit. Chi diventasse ancora più curioso è ovviamente invitato ad acquistare il romanzo.

Premessa dell’autore

Mi chiamo Frank Spiegelmann e sono un uomo orrendo. Sono alto un metro e quarantasei, ho qualche ciuffo rossiccio appiccicato al cranio e non esito a definirmi calvo; inoltre sono grasso, flaccido, col naso a patata e la bocca sottile. I miei occhi, stretti e vagamente orientali, sono privi di qualunque fascino esotico e mi rendono simile a un grasso felino malato. Nonostante questo sono circondato da belle donne, che potrei cogliere come mele da un albero che l’Onnipotente ha posto alla mia ridicola altezza: il motivo è che sono il proprietario della più grande casa di produzione pornografica della Federazione Europea – e di mille altre cose, tra immobili, ristoranti, alberghi e case di cura. Non lo dico per vanità, ma perché sia chiaro che so che la decisione che mi aspetta sancirà la fine del mio impero. Non solo: le diaboliche forze all’opera dietro questa scelta non si limiteranno alla mia capitolazione, ma forse trascineranno con me anche il palazzo in cui mi trovo, uno dei gioielli di Varsavia, con i suoi cinquanta piani scintillanti – tutti miei.

Mi si perdoni, sembro senz’altro esagerato. In fondo eccedere è parte integrante del mio lavoro.

Per questo e altri motivi è meglio ch’io mi ritragga; vi parlo, infatti, in veste di comparsa, deus ex machina o diabolus in machina, come presto si vedrà. Non vi stizzite per la mia verbosità, so di essere sgradevole e ogni sillaba rischia di irritarvi ulteriormente. Aggiungo soltanto che non è a voi che scrivo, ma di voi, e che la veridicità delle note a seguire è garantita da ricordi, racconti e osservazioni registrate grazie alle mie innumerevoli telecamere. Ma ora basta, è bene ch’io mi ritiri: devo anzitutto parlarvi di Claude.

I – Il migliore

Claude era il miglior regista di pellicole per adulti del mondo. A vederlo non si direbbe; per un lavoro simile ci si aspetta la fisionomia di un pazzo, di un genio o perlomeno di un porco. Non che sia facile trovarne di siffatte conformazioni, i volti che si associano a questo genere di persone sono una grottesca carrellata di maschere, buone a caricaturare un singolo aspetto dell’animo umano. Per contenere la sterminata grandezza della follia è necessario un volto più ambiguo e complesso, ma non credo che Claude avesse il physique du rôle. Era un uomo di trentadue anni, sottile, non molto alto, non era né bello né brutto, ma neanche insipido, semplicemente era in grado di essere entrambe le cose. Gli occhi erano la sua parte migliore, chiari e attenti, gli illuminavano il viso di una varietà di verde, di marrone o di giallo… una tonalità irrisolta, invisibile ai daltonici. Il modo in cui muoveva la faccia, invece, riusciva davvero sgradevole. Era un groviglio di pieghe accartocciate l’una sull’altra, che esplodeva senza preavviso in un flusso di espressioni troppo marcate e al contempo poco chiare. A essere sincero, tra le forme che assumeva, capitava che apparisse il volto di un pazzo, di un genio e di un porco. Tendenzialmente però, dava l’idea di un uomo piuttosto mite.

Originario del sud Europa, si era trasferito a Varsavia per motivi di studio. A quanto ho avuto modo di scoprire, la famiglia aveva un’ottima opinione delle sue capacità e fece molti sacrifici per permettergli gli studi presso la prestigiosa università della capitale. Non so di cosa si occupasse il padre, ma rammento una sua foto: aveva l’aria di un uomo robusto, ciarliero, col volto rubicondo e il sorriso genuino. Claude mi disse di lui che pur non essendo colto accompagnava alla passione per le belle donne un sincero interesse per la politica, tanto da professarsi spesso «l’unico vero anarchico». A volte invece, quando era in buona, si autoproclamava «l’ultimo anticolonialista», mentre altre, soprattutto se voleva far colpo, si spingeva a definirsi «un tormentato situazionista».

Claude scherzava spesso sulle stranezze del padre e si adombrava solo se la conversazione incappava in un qualche aneddoto che tirava in ballo una delle sue molteplici amanti. La madre, d’altro canto, era una controparte inusuale per un uomo così energico. Si chiamava Marie, era dieci anni più giovane e di bell’aspetto, ma talmente fredda da «suonare come unghie sulla lavagna» (così almeno nelle parole del figlio). Vestiva con sobria eleganza, indossava gonne con decorazioni floreali e manicotti scuri, in tinta con i lunghi capelli castani, raccolti in una crocchia ben curata. Poco dopo gli studi occupò un posto d’impiegata presso l’ufficio brevetti e fu lì che conobbe il padre di Claude. Egli si presentò al suo sportello per registrare un bislacco marchingegno di sua invenzione (Claude si limitò a dire che sembrava un tubo ben oliato) e, adocchiata la ragazza, attaccò immediatamente bottone. Il brevetto non andò a buon fine ma l’alluvione di parole con cui la investì incontrò una resistenza piuttosto debole, tanto che più tardi, nella stanza d’albergo dove trascorsero la notte, l’uomo non riuscì a ricordare se lei gli avesse detto di sì o di no – anzi, non riuscì nemmeno a stabilire se avesse detto alcunché. In effetti, Marie parlava poco e i suoi pareri al massimo della loro energia si declinavano in un «Per l’amor di Dio!»; un’esclamazione che, a detta del figlio, nascondeva una malcelata fede religiosa. Quanto questa fede fosse sincera Claude non seppe dirmelo. Era sua opinione che il rito segreto di biascicare una preghiera prima di coricarsi avesse per la madre lo stesso valore di espletare il proprio dovere coniugale, quando il padre le ingiungeva di spogliarsi ed «esser felice».

«Sai cosa mi domando?» mi disse una volta in un raro eccesso di confidenza. «Mi chiedo che cosa dicesse mia madre in cuor suo, mentre pregava o… altro». Esitò un attimo, per lasciarmi intendere l’“altro”.

Poi aggiunse: «L’unica cosa di cui sono certo è che fosse la stessa cosa».

«Tipo?» gli chiesi.

«Tipo “sbrigati”» rispose.

Non indagai oltre e, fatta eccezione per alcune

rare occasioni, neanche Claude mi parlò della madre o della sua vita in provincia; non sembrava ch’egli nascondesse alcun trauma, la sua era piuttosto una naturale forma di riservatezza. Ovviamente questo accadde ben prima dell’arrivo della sorella – ma non precorriamo i tempi. Quando Claude si presentò presso la Perverse Angels, la società che possiedo e dove mi trovo, aveva concluso i suoi studi da circa due anni. Ho ancora la lettera che ci scrisse:

Spett.le Perverse Angels,

mi chiamo Claude S., ho ventisette anni, vivo a Varsavia da circa otto anni. Mi sono da poco specializzato in etc etc presso etc etc conseguendo ottimi risultati etc etc. Mi reputo in grado, dopo un breve periodo di apprendistato, di realizzare per la Vostra azienda il miglior film pornografico mai realizzato: un lavoro che trascenderà a tal punto ogni produzione, vostra come della concorrenza, da diventare inevitabilmente qualcos’altro. Che cosa non lo so e non so nemmeno se sarà vendibile. Intendo però scoprirlo, se sarete così gentili da fornirmi i mezzi per farlo.

In attesa di una Vostra cortese risposta, Vi porgo i

miei più cordiali saluti,

Claude S.

Non fu la sua presunzione che mi convinse né tantomeno quella sciocca pretesa. Fu l’uso dell’“etc etc” al posto delle referenze a incuriosirmi, tanto che acconsentii a chiamarlo per un colloquio. Ovviamente non fui io a tenerlo, ma il ragazzo si dimostrò sufficientemente sveglio da essere assunto in prova. Non fu un errore; una volta superato l’imbarazzo e abituatosi ai trucchi del mestiere, Claude si dimostrò un ottimo acquisto per la compagnia. I suoi film avevano qualcosa in più che non saprei definire, ma che trovava un notevole riscontro nelle vendite. Nel nostro settore è noto che o si crea un prodotto per il pubblico maschile (etero o omosessuale) o per il pubblico femminile. La scelta è semplice, giacché il primo rappresenta l’85 per cento del totale, tuttavia quel 15 per cento non è mai andato giù a nessun produttore – si tratta pur sempre di milioni. Bene, Claude riuscì a includere questa fetta minoritaria e aumentò considerevolmente il successo anche nell’altra porzione di mercato. Non solo, i suoi film sembravano evitare le numerose – e fondatissime – polemiche delle femministe, che si scagliavano periodicamente contro il nostro lavoro. Ignoro come facesse; ho visto ogni suo film, eppure non so in cosa consistesse la magia. Quanto al motivo per cui fossero “meno svilenti” per la donna rimaneva un completo mistero.

Dal canto mio non me ne preoccupavo; mi faceva fare soldi, non aveva pretese e non minacciò mai di passare alla concorrenza. Almeno cinque dei piani della Perverse Angels li devo a lui e per quanto non dia mai nulla per nulla, non sono nemmeno un ingrato. Claude mi faceva fare denaro e tanto mi bastava, o perlomeno mi bastò finché non mi addentrai più a fondo nella sua vita.