Daniel’ lo scrittore senza nome

Il figlio Sanja lo aveva detto: “Se non lo racconti non lo saprà nessuno”. Ed Ezio Mauro ha narrato, in un libro bellissimo, appena pubblicato da Feltrinelli (Lo scrittore senza nome. Mosca 1966. Processo alla letteratura), la drammatica vicenda dello scrittore russo dissidente Julij Markovic Daniel’ (1925-1988). Egli fu protagonista e vittima, assieme allo scrittore Andrej Donatovic Siniavskij (1925-1997), di un clamoroso processo, che si tenne a Mosca dal 10 al 14 febbraio 1966.

L’8 settembre del 1965, Sinjavskij (laureato in filosofia, libero docente di Letteratura, scrittore membro dell’Unione degli scrittori) era stato arrestato per strada a Mosca; il 12 dello stesso mese fu prelevato da casa Daniel’ (noto traduttore di opere straniere, scrittore  e poeta). Tutti e due furono accusati di aver pubblicato all’estero sotto pseudonimo (Daniel’ con quello di Nikolaj Aržak; Sinjavskij con quello di Abram Terz), le proprie opere, considerate di carattere anti-sovietico. Ambedue collaboravano a “Novyj Mir”(Nuovo Mondo) che agli inizi degli anni Sessanta, sotto la direzione di Aleksandr Tvardovskij, era la rivista più aperta e coraggiosa (nel novembre 1962 pubblicò il primo romanzo sovietico sui Gulag: Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn). I due erano molto amici. Daniel’ considerava Sinjavskij un maestro. Si era deciso di pubblicare anche lui all’estero (nonostante l’amico cercò di dissuaderlo dal farlo). I loro racconti e romanzi, pubblicati dalle case editrici dell’emigrazione russa, erano impietosamente satirici nei confronti della violenza della realtà sovietica. Il fatto paradossale è che le opinioni che vennero contestate a Daniel’ e Sinjavskij non erano le loro, ma quelle dei personaggi dei loro romanzi.

Il 5 dicembre 1965, nel giardinetto di Piazza Puškin, presso il monumento al poeta, circa duecento ragazzi, in prevalenza studenti, manifestarono solidarietà ai due arrestati e chiesero che il processo fosse pubblico. Una ventina di essi furono incarcerati e alcuni furono espulsi dall’Università. Addirittura vennero rinchiusi in una clinica psichiatrica la sedicenne poetessa Julia Visnevskaja (che venne prelevata dalla polizia direttamente a scuola,) il diciannovenne Leonid Gubanov e Vladimir Bukovskij.

Il potere sovietico aveva deciso di colpire duramente gli intellettuali non allineati. Daniel’ e Sinjavskij si dichiararono non colpevoli e ribadirono con forza che la letteratura non è di competenza dei tribunali. Così facendo, nota Mauro, mostrarono che c’era un’altra verità possibile oltre quella che il regime aveva ricostruito nella ridicola istruttoria. Ma il quotidiano di regime “Izvestija” (Notizie), scrisse: “Il processo contro i due rinnegati volge al termine. È giunta l’ora della resa dei conti” (13 febbraio). Daniel’ venne condannato a 5 anni di lavori forzati; 7 anni furono comminati a Sinjavskij.

Nel 1973 a Sinjavskij venne consentito di lasciare l’Unione Sovietica assieme alla moglie Marija Vasil’evna Rozanova e al figlio Igor’. Si stabilì a Parigi, insegnò all’Università, i suoi romanzi vennero tradotti in varie lingue (in Italia da Jaca Book e Garzanti) e fondò la rivista “Sintaksis” che, tra il 1978 e il 2001, raccolse le prime voci della dissidenza russa e le più grandi testimonianze letterarie degli autori della nuova emigrazione sovietica.

Invece a Daniel’, il giorno della fine della pena (12 settembre 1970), nella settecentesca prigione Vladimirskij Central, venne notificato che non gli sarebbe stato permesso di tornare nella sua abitazione a Mosca, ma avrebbe dovuto risiedere a Kaluga, una città a 188 kilometri a sudovest della capitale. Non fu considerato “redento”: nel lager del Dubravlag si era fatto benvolere dagli altri prigionieri ed era stato da loro protetto, suscitando i sospetti e la riprovazione dei suoi carcerieri. Gli fu detto: “È lei, in un certo senso, ad aver deciso di finire qui. Sta a lei affrettare o rimandare il ritorno a Mosca. Lei adesso esce, è libero. Libero di comportarsi bene”. Daniel’ rimase per sempre a Kaluga, semidimenticato, per molti quasi senza nome. “Non ho più voce, sono stato cancellato, non esisto più”.

Le autorità sovietiche gli fecero balenare la possibilità di essere anche lui espulso. Ma Daniel’ non la prese mai in considerazione. Alla moglie Irina diceva: “Non ne ho voglia. Ma è molto più facile spiegare le ragioni che ti portano via, piuttosto di quelle che ti spingono a restare. Noi abbiamo persino trovato la scusa delle betulle piantate da poco alla dacia, troppo giovani per essere abbandonate… Ma il vero legame è con l’albero genealogico della nostra cultura: io so che è qui”. Per un poeta, per un letterato, è difficile sradicarsi dal proprio ambiente linguistico, senza diventare all’estero un’altra cosa, un dissidente di professione.

Quando ci furono coloro che attaccarono Sinjavskij perché se n’era andato a Parigi, “mostrando di non possedere sufficienti qualità spirituali da contrapporre alla minaccia di persecuzioni”, Daniel’ firmò, il 20 gennaio del 1975, una lettera in sua difesa: “Parlo a nome di quelli che rimangono (…). Non sapete forse che la cultura non sempre vive secondo le leggi provvisorie con cui vivono i regimi politici? Che non tutti gli artisti possono creare sotto la minaccia di persecuzioni? Che un artista staccato dal suo Paese può lavorare per il futuro e nel futuro la sua opera tornerà in patria?”.

Quando Daniel’ muore (30 dicembre 1988) si spezza l’eterno maleficio: la coppia ribelle, incubo e tormento del Kgb, non c’è più. Sinjavskij tornava a essere un individuo singolo e quindi gli fu permesso rientrare temporaneamente nel suo Paese (seppur con il controllo e le limitazioni del Kgb). Tornò a Mosca per andare sulla tomba dell’amico, sepolto nel cimitero di Vagan’kovo. Una sorta di “pelligrinaggio dell’anima, la riconferma di un pegno, forse addirittura un rito di riparazione”, scrive Ezio Mauro, che è stato corrispondente da Mosca per “La Repubblica” dal 1988 al 1990, acquisendo una profonda sensibilità verso la mentalità russa e sovietica. Mauro racconta, alla fine del libro, di “aver incontrato Daniel’ il giorno in cui è morto”. Non doveva saperlo nessuno, ma alcuni amici russi lo avvisarono e così potette conoscere il figlio Sanja e la sua famiglia, raccogliere i primi racconti, e indirizzare le sue ricerche per “un racconto della disperazione e della dignità, dal fondo dell’abisso totalitario sovietico che è anche un’indagine sul potere”.

Daniel’ e Sinjavskij sono stati riabilitati “per non aver commesso il reato”, quindi come “vittime della repressione politica”, il 15 ottobre 1991: tre anni dopo la morte di Daniel’.