I tabù del Madagascar

Una parola, secondo me, definitiva su cosa siano le proibizioni e i limiti che gli uomini si danno è la lista dei tabù dei Vezo, nomadi del mare del Madagascar, compilata dall’antropologa Rita Astuti, che ha vissuto con loro a varie riprese.

Ecco la lista:

Non uccidere né mangiare i delfini.
Non allevare capretti né mangiarne la carne.
Non indicare col dito le balene.
Non vendere la carne di tartaruga.
Non parlare il dialetto “merina” in certi luoghi precisi del mare.
Non gettare il carapace dei granchi a notte fonda.
Non ridere mentre si mangia del miele.
Non avere delle relazioni intime con i fratelli o le sorelle del sesso opposto.
Non mangiare pollo.
Non mangiare lovo (un pesce barbuto).
Non addomesticare i lemuri.
Non lavare un cadavere dopo il calar del sole.
Non tagliare a pezzi animali vivi.
Non strapparsi i peli del viso (sul mento, non quelli delle sopracciglia).
Non mangiare il fegato delle razze.
Non abbattere alberi farafatse per farne una canoa.
Non portare vesti rosse e nere.
Non allevare maiali e non mangiarne la carne.
Non assistere a una sepoltura.

Opportunamente interrogati i Vezo rispondono che in realtà non sanno perché sottostanno a questi arzigogolati tabù e che ne farebbero volentieri a meno. Il problema è che i loro antenati, dai quali hanno ereditato questi tabù, si offenderebbero se non li seguissero.
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