Roussillon

Nella fredda e piovosa serata del 2 febbraio del 1968, proprio mentre alcune bombe molotov venivano lanciate a Berlino contro le finestre del Berliner Morgenpost (appartenente al gruppo editoriale Springer), l’emittente televisiva Westdeutscher Rundfunk mandò in onda il filmato della rappresentazione di Commedia di Samuel Beckett e il suo inquietante mediometraggio Film, con Buster Keaton e la regia di Alan Schneider. La cronaca narra che non contenti, al termine, trasmisero anche un dibattito di un’oretta tra: il filosofo Theodor W. Adorno; Martin Esslin, direttore della sezione radiodrammi delle BBC nonché autore del celebre libro Il teatro dell’Assurdo (1962); il critico di Die Zeit e del Frankfurter Allgemeine Zeitung Walter Boehlich e lo scrittore comunista austriaco Ernst Fischer.

Vengono i brividi se ci si sofferma a pensare com’è cambiato il mondo della cultura negli ultimi quarantacinque anni! Oggi una serata televisiva così confezionata sarebbe inconcepibile. Gli indici di ascolto crollerebbero immediatamente a picco e forse ci sarebbe anche il rischio (almeno a sentire molti dirigenti del nostro “servizio pubblico”) di rivolte di piazza. L’unico che cercò di far passare Beckett alla televisione italiana fu il simpatico e intelligente Andrea Camilleri che, pionieristicamente, nel 1958, aveva messa in scena, nel Teatro dei Satiri a Roma, Finale di partita e ne curò poi una versione televisiva con Adolfo Celi e Renato Rascel, ma dovette aspettare il 1994 per diventare famoso, con le storie del commissario Montalbano.

Comunque, quella germanica conversazione televisiva fu così importante che è stata poi, nel 1994, pubblicata in un libro, con il significativo titolo di Essere ottimisti è da criminali (trad. it. L’Ancora del mediterraneo 2012). Adorno, tra l’altro, vi sostiene che nessuno come Beckett ha mostrato l’impossibilità del linguaggio e che, durante una conversazione, gli confessò che “lo stesso parlare è una dissacrazione del silenzio”. Un bel paradosso! Che però è la chiave per capire uno dei suoi libri più celebri e meno letti.

Così, in tarda primavera, mi son messo nello zaino questo libretto e son partito alla volta di Roussillon: un bel paesino di campagna nel Dipartimento del Vaucluse, nella Regione Provenza-Alpi marittime. Là, agli inizi del novembre del 1942, vi si era rifugiato Beckett, con la sua compagna, Suzanne Deschevaux-Dumesnil, fuggendo dai tedeschi. Beckett, che si era appena tagliato i baffi, per camuffarsi e non sembrare “un impiegato inglese”, trascorse là tre anni di depressione e solitudine. Lavorava il bosco di lecci e la vigna di un contadino, in cambio di cibo e legna da ardere, mentre Suzanne dava lezioni di pianoforte. Avevano a disposizione pochi libri: Beckett lesse, forse per disperazione, Via col vento, che certo non deve averlo aiutato ad alleviare la depressione.

A Roussillon, Beckett scrisse il suo secondo romanzo, l’ultimo in inglese, intitolato Watt (pubblicato soltanto nel 1953 e tradotto in italiano nel 1967 da Sugar editore e oggi introvabile). È una delle storie più complicate mai scritte nel Novecento: al confronto Il Castello di Franz Kafka è una fiaba per bambini. I due libri hanno però in comune un apparente involontario umorismo. Proprio in Watt Beckett sembra scoprire il parlare come dissacrazione del silenzio e la riluttanza delle cose a farsi nominare, con effetti anche comici. La narrazione è condotta da un certo Sam che racconta le “gesta” di Watt, che fu suo compagno di convalescenza in manicomio. La vicenda si svolge quasi tutta dentro la casa di un imprecisato signor Knott, presso il quale Watt era a servizio: “Watt non faceva mistero nelle sue conversazioni con me, del fatto che molte cose descritte come accadute nella casa, e naturalmente nella proprietà, del signor Knott, forse non accaddero mai, o accaddero in un modo del tutto diverso, e che molte cose descritte come esistenti, o piuttosto come inesistenti, perché queste erano le più importanti, forse non esistettero mai, o piuttosto esistettero per tutto il tempo”.

La lettura di Watt (che Beckett definì “un gioco per tenersi in esercizio con la scrittura”), è molto gratificante fino all’inizio della Terza parte (ci sono molte pagine di grande genialità e divertenti descrizioni di personaggi secondari); poi hanno il sopravvento gli enigmi, le piroette linguistiche, il dilagare dell’insensato. Watt mostra l’impossibilità del conoscere: la ragione e la logica, come sono esaltate nelle Regole per dirigere la mente di Cartesio, sono inutili e impotenti. Beckett aveva maturato una sfiducia totale nella Ragione, e questo romanzo ne fu la prima radicale, e disperata, dimostrazione. Nel libro (che ha già molto di teatrale), Beckett mostra anche quello che diventerà un suo principio guida: “non esiste nulla di più comico dell’infelicità”. Watt è un personaggio profondamnete infelice, ma dotato di “uno strano sorriso” e involontariamente comico.

In quel periodo, mentre scriveva Watt, le uniche consolazioni (perché lo scrivere non fu mai per lui un piacere), Beckett le ebbe dall’amicizia con un contadino del luogo, tale Bonnelly, e dal suo straordinario vino. Il Domaine du Coulet Rouge, della famiglia Bonnelly dal 1937, produce: un “Sainte-Croix” (85% carignan e 15% syrah; invecchiato 10 anni) di notevole corposità; un indimenticabile “Les 4 génération” (35% carignan, 35% grenache, 30% syrach; invecchiato 8 anni); un poetico e abboccato “Terra Ocra” (90% syrah e 10% grenache); un “Cuvée Cabernet” e un “Cuvée Merlot” che resusciterebbero un morto.

Quello attorno a Roussillon è un paesaggio singolare, bellissimo ma, a volte, spettrale: tozze montagne rosse come carne appena macellata (vi si estrae da parecchi secoli la polvere per fabbricare il colore Ocra); basse e nodose vigne; frequenti ciuffi di querce maestose; malinconici pini marittimi e slanciati cipressi curvati dal vento. Sono rimasto molto colpito dai variopinti fasci di rose che crescono al capo dei filari. Per segnalare, come mi spiegò un enorme contadino evidentemente sottratto al rugby, l’attacco dei parassiti, ma anche per infondere sapori vellutati e profumi profondi alle uve. 
Il borgo di Roussillon sembra una fortezza antica: strette viuzze, piazzette che salgono e scendono, terrazze che guardano i campi. La casa dove abitava Beckett, che è stata di recente messa in vendita, è una villetta a due piani con il tetto spiovente e un buffo balcone panoramico, circondata da un piccolo giardino, appena fuori dell’abitato. I Bonnelly invece possiedono una specie di tozza torre, appoggiata a una costruzione in mattoni e cemento, che dà le spalle alla campagna. Nella cantina al piano terra, troneggia un bancone di quercia e ottone attorniato da decine di botti. Si va là, si assaggiano i vini, si mangia pane e formaggio e si parla di Beckett (il cui ritratto in bianco e nero fa capolino da dietro un alambicco). Non c’è nulla di bucolico: una serie di aziende agricole moderne ed efficienti; un agglomerato rispettoso dell’interazione con la natura; gente simpatica e consapevole che il marketing significa anche tirare in ballo la letteratura e la storia.

Perché il vino dei Bonnelly è entrato nella storia della letteratura. Infatti, all’inizio del secondo atto di Aspettando Godot, Beckett fa dire a Vladimiro:
“E io ti ripeto che noi due siamo stati insieme nel Vaucluse… Abbiamo vendemmiato, perfino, da un certo Bonnelly, a Roussillon”.