Maido

Qui a Kyoto fa freddo, ma non solo. C’è un sole splendente eppure nevica, una bella metafora dell’atteggiamento beffardo della natura verso questa isola sul Pacifico. La televisione è l’unico canale da cui arriva la percezione del dolore che sta consumando il nord est del paese. In molte zone devastate ha nevicato, e la visione dei detriti coperti da neve fresca mette sconforto. Molta gente ancora è dispersa e i parenti, gli amici, fanno appelli in televisione a mettersi in contatto con i centri di raccolta. Pochi riescono a non parlare con la voce incrinata dalla disperazione, e io soffro. Nei centri di ricovero i bambini soffrono di più lo stress, molti perdono l’appetito, si ammalano e sono deboli.

Penso che la questione della lingua sia fondamentale, nella simpatia verso il dolore. Da sette anni vivo, sogno, parlo, rido, mi arrabbio e amo principalmente in giapponese, e sentire piangere in questa lingua mi tocca profondamente. Soprattutto conoscendo il carattere dei suoi parlanti, raramente inclini a lasciarsi sommergere dal pessimismo.
Almeno arrivasse presto la primavera.