Il mito incapacitante

«Qualsiasi cittadino chiederebbe al suo sindaco di dimettersi se finisse implicato in qualcosa del genere», dice Roberto Menia, e ha ragione. Ma «qualcosa del genere» – la storia di Ruby e i dettagli sulle feste di Arcore raccontati dalle allegre ragazze della Olgettina – impedirebbe a un cantante di andare a Sanremo, a un genitore di candidarsi al consiglio scolastico, a un primario di continuare a gestire il suo reparto senza aver prima fatto chiarezza e dimostrato in modo convincente la sua assoluta estraneità. Qualsiasi figura rappresentativa è connessa a quella che una volta si chiamava “reputazione”, e senza arrivare alle vette simboliche degli eroi civili come Paolo Borsellino (di cui oggi ricorreva, come ha ricordato Fabio Granata, il compleanno), è lì, nella reputazione, che convergono le famose “precondizioni della politica”: rispetto del ruolo, etica pubblica, responsabilità. Bene ha fatto Futuro e libertà a reagire con parole forti allo scenario sconvolgente che emerge dall’inchiesta sui Wild Party a Villa Certosa. Questa vicenda tocca il “cuore” della questione che ha portato nella scorsa primavera allo strappo del Pdl – il senso dello Stato e della dignità istituzionale – e non c’è considerazione di opportunità che possa valere davanti allo sfregio alla nostra immagine collettiva che emerge dagli atti sulle notti di Arcore.

Si diceva una volta che Silvio Berlusconi era il più rapido e il più bravo a interpretare gli umori dell’Italia profonda, imbattibile nel rappresentarli e trasformarli in consenso. È un intuito che larga parte dei partiti gli ha invidiato e che nel tempo è diventato una sorta di “mito incapacitante” per per l’intera politica italiana, fino al punto di determinare forme paralizzanti di autocensura collettiva soprattutto sui temi dell’etica. Il leggendario tema della “inesistenza di una alternativa” a Berlusconi nasce anche la lì, non solo dai voti, che infatti sono calati (il Pdl ne ha persi quattro milioni tra le politiche e le regionali del 2009) mentre aumentava fino a limiti record il fenomeno del rifiuto delle urne. Bene, ora quella alternativa va immaginata, e in fretta. Non è un problema soltanto di Futuro e libertà, che le sue scelte le ha fatte e le sta facendo ogni giorno, ma di chiunque abbia un ruolo ed eserciti un potere in questo Paese. Se ne rende conto, crediamo, il Quirinale. Comincia a capirlo la Chiesa. Immaginiamo se ne stia discutendo nelle molti sedi, economiche e non solo, che non sono indifferenti al futuro del Paese, perché il valore della stabilità – fino a ieri giudicato prioritario da tutti – è evidentemente entrato in conflitto con i sentimenti “basici” della cultura nazionale e con quel senso della dignità che è il minimo sindacale in tutti i Paesi normali.

I soggetti che dall’alto del loro ruolo pubblico o privato chiedono agli operai di adeguarsi alla competizione globale, ai giovani di attrezzarsi ai tempi nuovi della flessibilità, agli studenti di mettersi sotto per laurearsi nei termini, ai consumatori di tirare la cinghia, ai credenti di difendere i valori, alle famiglie di essere “agenzie” di educazione, e tutto questo nel nome dell’interesse nazionale oltreché per il vantaggio individuale, dovranno pur dirci se la desolazione che emerge da quel vorticoso giro di festini – con quei soldi facili, esentasse, cash, distribuiti come caramelle – è davvero l’unico destino possibile “finché non emerge una alternativa” o se quella alternativa deve diventare, ora e subito, il principale argomento all’ordine del giorno del Paese e delle sue istituzioni. Sapranno e vorranno farlo? O dovremo rassegnarci a festeggiare il 150° del nostro Paese misurando la distanza tra l’icona di Anita Garibaldi e quella di Ruby Rubacuori?