Siamo tutti Manuel Fantoni

Ma sì, alla fine siamo un po’ tutti Manuel Fantoni. Rivedere il video-cult di Borotalco dovrebbe accendere la scintilla di un’identificazione collettiva. Tutti ci siamo imbarcati su un cargo liberiano, abbiamo fatto i camerieri a Parigi, giocato alla roulette sul divano raccontando di Bombay, dove «per le strade si contavano più morti che vivi», di quando «avevamo il fisico», di quando abbiamo buttato fuori di casa Richard Burton. Negli anni ’80 quel monologo sembrava appena l’azzeccato sketch su un quarantenne mitomane, oggi lo prendiamo più sul serio. La tv ci serve la “vita meravigliosa” di Emilio Fede, con intervento in diretta del presidente del consiglio. La “Storia siamo noi” ci racconta la quotidianità delle first lady italiane, da Flavia Prodi a Isabella Rauti. Sui giornali trionfa l’apologia biografica dei politici, degli imprenditori, persino degli stessi giornalisti. Conosciamo le abitudini di Nicola Porro, che d’estate sta a piedi nudi in redazione, e basta un click su Facebook per scoprire dove andrà a cena metà del Parlamento e che libro sta leggendo l’altra metà. Tizio ieri è stato ad Annozero e oggi andrà a Mattino Cinque per poi imbarcarsi, nel tardo pomeriggio, in una conferenza sulla concorrenza pakistana nel settore tessile. Sempronia sta facendo le valige per Varese, dove parlerà di turismo sessuale, dopo aver disfatto quelle di Caserta dove ha partecipato al galà dei commercianti. E per riempire gli spazi vuoti tra un aereo e un’auto blu sta per uscire un nuovo free press scandalistico, “Io Spio”, che canterà ciò che Angelo Infanti faceva solo intuire, le dame i cavalier, l’armi e l’amore.

L’abbellimento delle vite quotidiane era in età classica un preciso genere letterario, oggi la politica ne ha fatto l’essenza del dibattito pubblico. La biografia è programma, il look è dichiarazione di voto, il parrucchiere è manifesto ideologico, la photo-opportunity è scelta di campo. Per fare la pace tra padani e romani ci si imbocca coi maccheroni, il panegirico del leader si scrive organizzando feste al castello, la lotta di classe è il video di un fumogeno. E la politica è il cargo liberiano di cui tutti parlano, la Bombay che tutti ricordano, la scazzottata con Burton di cui tutti si vantano, in attesa della fine dello sketch. Qualunque sia.