Destra e sinistra spaesate in rete

È buffo in questi giorni moderare i commenti sul sito del Secolo.

Cosa devo pensare dell’elogio a Fini dell’«iscritto al Pd e dirigente a livello provinciale a Venezia»? E cosa degli incoraggiamenti del «nipote di un deputato del Pci dal ’48 al ‘58» sicuro che «anche mio nonno gli darebbe ragione»? Il «seguace di Almirante da quando avevo i calzoni corti» lo posso facilmente capire. Ma il «precario della scuola, ex elettore di An, buttato fuori da questo governo» che dichiara di votare a sinistra da un po’ «per difendere me e la mia famiglia»?

Problema non da poco. Si vorrebbe leggere, cliccare, pubblicare (oppure leggere, cliccare, cancellare) come al solito, ma un po’ ci si perde. La sorpresa non è l’intensità della partecipazione da sinistra alla crisi del Pdl. È già successo, e il tenore più o meno era: «Fini, liberaci da Berlusconi». Adesso di Berlusconi non si parla quasi più. Piuttosto, si esprime sostegno alla “destra di Fini” dopo aver fornito micro-biografie politico-esistenziali: «impiegata di un Ong, non voto da dieci anni»; «madre di due figli mai stata elettrice di destra»; «elettore di sinistra residente nel Nord Est che spera in una destra riformista».

Una specie di biglietto da visita, un rapido curriculum per far meglio valutare il ragionamento. Si legge, si clicca, si pubblica e ci si chiede se sia questa l’Italia post-ideologica di cui abbiamo tanto parlato. Un’Italia mite e curiosa, fatta di signori e signore che dopo aver molto guardato nelle finestre di un vicino strano dicono: ora busso e mi presento, magari serve una mano.

Il paradosso è che si presentano pure quelli di destra, citando aneddoti che – immagino – dovrebbero aiutarci a inquadrarli meglio. C’è chi racconta cosa faceva nel Msi, chi cita un vecchio congresso, chi una stretta di mano data a Fini dopo un comizio in Sicilia, o una mozione firmata da ragazzo, il nome di una sezione che non esiste più da vent’anni. Lo fanno, e questo mi è più chiaro, rivendicando un imprinting pre-berlusconiano che ritengono un titolo di merito.

Anche loro hanno un’aria vagamente circospetta. Appartengono alla categoria «da sempre a destra», avrebbero tutto il diritto di entrare senza bussare, ma fanno precedere le loro attestazioni di sostegno da una formale presentazione, come se arrivassero in casa di uno sconosciuto. Si legge, si clicca e si pubblica domandandosi se, in un anno appena di PdL, davvero siamo cambiati così tanto da trasformarci in estranei per tanti conoscenti di vecchia data. Poi arriva quello che scrive: «Vergognatevi, sembra di leggere l’Unità o il Manifesto», e le cose tornano semplici. Si clicca e si pubblica pure quello, quasi con un sospiro di sollievo: in un sasso contro la finestra, almeno, non c’è niente da capire.