Una transizione energetica per uscire dalla crisi?

Il nuovo fronte della moda italiana in questa estate di festival e tavole rotonde sono le ecotecnologie come soluzione della crisi economica attuale. Non si contano gli esperti o le associazioni più o meno professionali che promettono programmi epocali o tecnologie straordinarie capaci di trasformare radicalmente l’economia e uscire dalla crisi, promuovendo sostenibilità, ambiente e la pace nel mondo. Gli elementi base sono essenzialmente due: tecnologie per le energie rinnovabili e per il riciclo, foriere di opportunità di crescita dietro l’angolo, almeno secondo i sostenitori. Quanto sono realistiche queste promesse?

Contrariamente alla vulgata comune, le fonti energetiche moderne – petrolio, gas naturale, carbone e energia idrica su tutte – sono già note e sfruttate da secoli dall’uomo, alcune ben prima delle rivoluzione industriale. Solo l’energia nucleare è un’invenzione moderna, con i primi reattori a fissione apparsi alla fine degli anni ’50. Da un punto di vista storico, il passaggio tra società tradizionale e moderna non fu determinato tanto dalla scoperta di nuove fonti energetiche quanto dalla diffusione di massa di nuovi sistemi per la conversione dell’energia in lavoro meccanico, elettricità o calore. I muscoli umani sono stati infatti il principale motore della civiltà umana per millenni, sostituiti prima dai muscoli animali, vele, mulini e infine dai motori meccanici. La diffusione di massa di nuove tecnologie energetiche è tuttavia un processo che richiede moltissimo tempo. Restando sull’esempio dei motori, la diffusione della tecnologia iniziò nel 1765 col motore a vapore di Watt, capace di convertire l’energia della combustione di legna e carbone in energia meccanico. Nel 1876 si ebbe l’invenzione del motore a scoppio a ciclo-otto di Nikolaus Otto. Nel 1892 Diesel brevettò il motore omonimo. Sostanzialmente invariato da allora nei principi di funzionamento, il motore a benzina/diesel è oggi installato in quasi un miliardo di automobili, SUV, navi, aerei e macchinari industriali. La moderna economia globale sarebbe impraticabile senza i motori diesel di navi petroliere e metaniere o fregate e navi da carico che trasportano ferro, grano o altri materiali da continente a continente. Per quel che riguarda la generazione di energia elettrica, una grossissima parte dell’energia elettrica mondiale viene oggi generata in centrali termoelettriche a carbone e gas. Di nuovo, le caratteristiche fondamentali delle turbine che le costituiscono risalgono a più di 100 anni fa mentre la diffusione delle turbine a gas iniziò negli anni ’50, certamente non priva di risvolti politici.

Queste ovvietà storiche sottointendono una conclusione spesso ignorata dai sostenitori dei cambiamenti epocali delle ecotecnologie dietro l’angolo. Il fatto è che, vuoi per i grandi volumi in gioco, vuoi per le enormi infrastrutture collegate, costose ed estese, sul corto periodo l’introduzione di nuove tecnologie energetiche è sostanzialmente inerte. Turbine a vapore, motori a benzina e diesel, sono tutte tecnologie commercializzate da più di un secolo. Anche la turbina e gas risale a più di mezzo secolo fa. Ne deriva che una transizione energetica è un fenomeno intrinsecamente lungo che necessita di decenni per dispiegarsi nel mondo reale, con buona pace dei sostenitori della rivoluzione ecologica dietro l’angolo o di formidabili ritorni economici ieri della green economy. Va da sé come paralleli con internet e la diffusione degli smartphone – per citare i più frequenti – siano decisamente strabici e irrealistici. L’enorme inerzia delle infrastrutture viene accelerata solo dal presentarsi di “cigni neri” di portata enorme, che sovvertono i valori delle risorse in gioco ma che, ahimè, nessuno è tuttavia in grado di prevedere con ragionevole accuratezza (davvero esiste qualcuno che abbia davvero previsto una delle due guerre mondiali?) Credere che le centrali termoelettriche a carbone possano cessare di generare una quota consistente dell’energia elettrica nei decenni a venire è illusorio, ed è altrettanto illusorio pensare che le centrali a gas verranno soppiantate da pannelli solari e pale eoliche in pochi mesi. Il punto è che più grande è la scala di distribuzione di una tecnologia energetica, sia essa per il trasporto o per la generazione di energia elettrica, maggiore sarà il tempo necessario alla sua sostituzione. Un secolo fa il carbone era la principale fonte energetica mondiale; dovettero trascorre oltre 50 anni prima che il petrolio contasse per una quota significativa nel mix energetico mondiale, anche quando estrarlo era davvero facile. La dimensione del sistema è il fattore limitante nella velocità con cui una quota significativa di nuove tecnologie, ecologiche o non ecologiche, può essere introdotta nel mercato di massa in sostituzione di soluzioni precedenti. Per fare un esempio, volendo generare anche solo il 20 per cento dell’energia elettrica italiana da turbine eoliche, considerato il basso fattore di capacità degli impianti eolici – meno del 25 per cento, molto inferiore alle centrali a carbone e gas – dovremmo installare circa 35 GW di potenza eolica. Anche considerando impianti da 3 MW di potenza cadauno, stiamo parlando di costruire e allacciare alla rete elettrica oltre 11.000 torri eoliche alte oltre 100 metri, con pale dal diametro di 70 per 1100 tonnellate di cemento, acciaio e alluminio. Alternativamente, volendo optare per il solare fotovoltaico, è necessario costruire e allacciare alla rete oltre 15 milioni di impianti fotovoltaici domestici. Certamente un compito per molti decenni.