Rinnovabili, roba da ricchi?

L’energia solare contribuisce per l’uno per cento circa del consumo di energia mondiale. Negli ultimi anni l’industria fotovoltaica è cresciuta enormemente. Alla base di questa crescita v’è un fenomeno conosciuto tra i sostenitori dell’energia solare come legge di Swanson, in riferimento alla più famosa legge di Moore che regola il costo dei transistor. La legge di Moore è nient’altro che una osservazione empirica sulla dimensione dei transistor (e il loro costo) che si dimezza più o meno ogni 18 mesi. Analogamente, la legge di Swanson – dal nome di Richard Swanson, il fondatore di SunPower, uno dei più grandi produttori americani di celle solari – fa notare come il costo delle celle fotovoltaiche impiegate nei pannelli solari scende del 20% ad ogni raddoppio della capacità produttiva. Non è un caso se i moduli degli impianti fotovoltaici oggi costano meno di un dollaro per watt di potenza. Tutto bene, allora? Non proprio.

E’ di pochi giorni fa il resoconto annuale degli investimenti mondiali in rinnovabili del Bloomberg New Energy Finance (BNEF). In breve, il resoconto del BNEF evidenzia la dipendenza delle rinnovabili dal quadro regolatore. Altrimenti detto, il successo delle rinnovabili è una combinazione di certezza del dispacciamento e generosità degli incentivi, cui le rinnovabili mostrano di non potersi o sapersi ancora staccare nonostante la crescita della produzione industriale e il calo dei prezzi.

Nel quadro regolatore italiano, ad esempio, alle fonti rinnovabili non programmabili è sempre garantita la priorità di immissione dell’energia in rete. Si parla infatti di “dispacciamento prioritario” per gli impianti in alta tensione, ossia quelli allacciati su Terna, mentre per tutti gli altri l’energia viene immessa in rete così come viene prodotta, sia in caso di scambio sul posto che di ritiro dedicato, senza che il gestore dei servizi energetici debba preoccuparsi di nulla. L’assunto è che, data la modesta potenza, la variabilità delle fonti rinnovabili non programmabili possa essere mascherata e assimilata alle normali fluttuazioni degli assorbimenti della rete elettrica. La vicenda degli stoccaggi elettrochimici alle cabine primarie ci insegna però che tale assunto non è sempre verificato.

La certezza del dispacciamento si traduce nell’obbligo per il gestore dei servizi elettrici di acquistare sempre e comunque tutta l’elettricità prodotta dalle rinnovabili, a prescindere dall’effettivo fabbisogno del sistema o dalla possibilità di acquistare quella stessa energia altrove, a prezzo inferiore (per esempio di notte, importando energia nucleare francese sottocosto). Altrimenti detto, il quadro regolatorio offre ai produttori da fonti rinnovabili intermittenti la garanzia di vendita dell’energia generata senza alcuna concorrenza e senza doversi confrontare con l’effettiva domanda di mercato, che è oggi il punto critico delle centrali a ciclo combinato a gas in Italia, strangolate tra l’eccesso di offerta e la scarsità di domanda di energia elettrica.

Il grafico sotto è tratto dai dati forniti nel resoconto BNEF e mostra l’evoluzione degli investimenti mondiali nel settore delle fonti rinnovabili dal 2004 ad oggi.

Ad una partenza in crescita più che robusta fino al 2007, contraddistinta da tassi di crescita annui attorno al 50 per cento – che è un altro modo di dire che gli investimenti raddoppiavano ogni due anni – è seguito un violento shock nel 2008, un rimbalzo del 2010 e una nuova brusca frenata negli ultimi due anni, culminata col -11% negli investimenti del 2012.

Le ragione del calo sono presto spiegate e dipendono in massima parte dal taglio degli incentivi nei paesi ospiti dei mercati importanti. La frenata maggiore è avvenuta negli USA, dove gli investimenti sono scesi da 65 a 44 miliardi di dollari (-32%) per effetto del taglio degli incentivi. In termini relativi, i mercati più colpiti sono Spagna e Italia (-68% e -51%) come conseguenza dei tagli agli incentivi per i programmi di austerity, l’instabilità politica/economica e le incertezze normative. Il Quinto Conto Energia recentemente emanato dal governo Monti, ad esempio, non solo ha ridotto i fondi per le rinnovabili ma ha anche introdotto ostacoli burocratici per la realizzazione di impianti più grandi di quelli residenziali. Va però notato come in Europa il declino negli investimenti in rinnovabili sia pesante e generalizzato: Germania -27%, Francia -35%, Regno Unito -17%, solo per citare i mercati più importanti. Al contrario, salgono gli investimenti in Cina (+20%, in gran parte verso il solare) e in Giappone (+75%) dove, in seguito al disastro di Fukushima, il governo ha avuto gioco facile nell’approvazione di nuovi e generosi incentivi per le rinnovabili. Nonostante Cina e Giappone, l’intero settore delle rinnovabili soffre di un calo generalizzato. In ordine di importanza: solare -9%, eolico -13%, biomasse e rifiuti -27%, biocarburanti -38% e geotermia -39%. Solo il mini-idroelettrico registra una crescita del 17%, su un totale di investimenti tuttavia limitato.

Seppur in calo dell’11%, il 2012 resta comunque il secondo anno di sempre per quel che riguarda i nuovi investimenti in rinnovabili (269 miliardi di dollari, non pochi). E’ dunque evidente come il processo di penetrazione delle rinnovabili nel mercato dell’energia sia ormai partito, ma si tratta di un settore che vive ancora di sostegno, non solo monetario, ma anche di protezione sul e dal mercato. Nonostante la legge di Swanson, il solare fotovoltaico non è ancora competitivo. Senza incentivi e privato del dispacciamento prioritario, resterebbe confinato in zone limitate, luoghi difficilmente raggiungibili dalla rete elettrica convenzionale quali rifugi di montagna o atolli marini. Certo, gli incentivi sono erogati con la previsione che il fotovoltaico possa diventare competitivo nel futuro prossimo. E’ tuttavia evidente come, nel tentativo di aumentare la produzione industriale di pannelli solari quanto più velocemente possibile, i benefici concessi alle rinnovabili siano stati allargati in modo scriteriato. Il risultato è stato un aumento vertiginoso della potenza installata a scapito del miglioramento della tecnologia, dato che la competitività non viene guadagnata sul campo ma assicurata per legge. Non è un caso che la tecnologia a silicio cristallino sia ancora largamente largamente dominante, nonostante ben difficilmente raggiungerà la competitività sul mercato.

In molti ricorderanno Solyndra, azienda americana produttrice di pannelli solari e vanto delle politiche ambientali del governo Obama. Nonostante avesse ricevuto sussidi per 527 milioni di dollari, l’azienda dichiarò bancarotta nel settembre del 2011, lasciando uno strascico di polemiche. Il peccato originale di Obama nella gestione di Solyndra fu quello di alimentare una realtà costosa e scarsamente produttiva tramite un’imponente spesa pubblica, credendo di poter ovviare a colpi di sussidi al problema di una tecnologia che impedisce tuttora al fotovoltaico di essere competitivo. Altrimenti detto, se gli incentivi sono troppo ampi lo stimolo alla competitività svanisce e si buttano i soldi presi dalle tasche dei contribuenti nell’installazione di manciatone di tecnologie non competitive, ingrassando società dotate di capacità tecnica e finanziaria – certo non le famiglie italiane – e crescendo la produzione industriale unicamente sulla base degli incentivi erogati. Insomma, in funzione degli incentivi saprò dunque quanto credito ho a disposizione e quanta finanza mi serve. Per gli investitori oggi le rinnovabili sono finanza pura. Roba da ricchi, diciamo.

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Si ringrazia (tardivamente e con mille scuse) il blog Questionedienergia” per spunti, discussioni e dati, vero animatore di questo articolo.

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