Crescita, decrescita e sviluppo sostenibile

Dopo la decrescita, ora qualche pensiero sui concetti di crescita e sviluppo, in ottica economica standard – la famosa/famigerata crescita infinita – sostenibile e decrescista. L’argomento è vasto e questo non vuol essere un post esaustivo sull’argomento, quanto un work-in-progress per fissare le idee e avviare la discussione.

Cominciamo dal principio, e cioè dal concetto di crescita e sviluppo economico. La crescita economica ha da tempo assunto il ruolo di protagonista sul palcoscenico mondiale, soprattutto in tempi di crisi come questi. Le varie teorie economiche presentano molte differenze sui modi per realizzare la crescita, ma i principali capisaldi sono due: la definizione di crescita e lo sviluppo che essa produce.

Brutalmente, la crescita economica è la percentuale di aumento del reddito o del prodotto pro-capite. I benefici della crescita, ossia l’innalzamento delle condizioni di vita della popolazione – scuole migliori, ospedali migliori, più ricerca, più cultura, stipendi e pensioni migliori, strade più sicure, servizi sociali migliori, più “benessere” insomma – vengono invece indicati col termine di sviluppo. Come visto in precendenza, crescita e sviluppo risultano quasi immediatamente correlabili: laddove c’è crescita generalmente c’è anche sviluppo. In teoria economica standard, infatti, la crescita economica semplicemente permette alle persone di stare meglio, per via dello sviluppo ad essa correlato.

Sulla base di queste premesse, è ovvio che l’obiettivo di ogni paese non potrà che essere un aumento quanto più elevato possibile del reddito pro-capite, e dunque del “benessere”. Ed è altrettanto ovvio il perchè sul PIL (Prodotto Interno Lordo) si concentrano le attenzioni di economisti, borse e governi mondiali. Intendiamoci, nessuno dice che il PIL sia un indicatore perfetto per misurare il “benessere”. Si sostiene invece che il PIL sia il meno peggiore degli indicatori considerati e considerabili dopo decenni di ricerche di statistici ed economisti, ragion per cui per misurare sviluppo e crescita economica ci dobbiamo tenere il PIL, almeno finchè qualcuno non spiegherà, numeri alla mano, cosa dovremmo usare al suo posto.

Nelle moderne teorie economiche, crescita economica è intesa indistintamente come crescita quantitativa e/o qualitativa. I teorici della decrescita, invece, generalmente associano alla crescita economica solamente una crescita quantitativa del consumo delle risorse, associando l’aumento di valore dei prodotti all’aumento della loro quantità, con l’incremento del consumo di risorse fisiche che ne consegue. L’accusa dei decrescisti verso l’economia moderna, infatti, è di trattare il mondo fisico alla stregua di una cornucopia di risorse naturali illimitate, sfruttandolo senza limiti, ben oltre la soglia della sostenibilità naturale.

Ora, contrariamente alla vulgata decrescista, la teoria marginalista – che nell’economia moderna regola lo sfruttamento delle risorse naturali – parte invece da un assunto di finibilità delle risorse naturali. Il marginalismo, infatti, vorrebbe ottenere la miglior allocazione delle risorse naturali *finite* proprio in virtù della loro finibilità. Che l’ammontare di una risorsa sia limitato per gli economisti non implica necessariamente un razionamento da ora e per sempre della stessa, come invece vorrebbero i decrescisti. Semplicemente, il marginalismo parte dal presupposto di scarsità relativa delle risorse naturali, mentre per i decrescisti v’è scarsità assoluta. In pratica, per gli economisti moderni è altamente improbabile che tutte le risorse naturali diventino egualmente scarse nello stesso momento. Per cui, complice il progresso tecnologico e i cambiamenti nella società, molto probabilmente esisterà sempre un margine di crescita economica. Viceversa, i decrescisti parlano spesso di “picco del tutto”, il momento in cui avremo consumato tutto il consumabile e, semplicemente, saremo morti per collasso totale della biosfera.

Proprio da quest’ultimo presupposto Herman Daly sviluppa il concetto di economia dello stato stazionario, da cui molti decrescisti traggono ispirazione. Herman Daly è uno dei più importanti esponenti dello sviluppo sostenibile, da lui definito come “lo svilupparsi mantenendosi entro la capacità di carico degli ecosistemi”. Nell’economia dello stato stazionario, Daly suppone che il peso dell’impatto umano sui sistemi naturali non debba superare la capacità di carico della natura. Alcuni esempi sono:

il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve essere superiore alla loro velocità di rigenerazione; l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie non deve superare la capacità di assorbimento dell’ambiente; il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili, in grado di sostituirle.

In pratica, nello stato stazionario di Daly, l’economia può crescere solamente attraverso un aumento dei servizi a stock naturale prefissato. Quindi, niente aumento del PIL attraverso un aumento del numero di auto in circolazione (crescita) ma solo attraverso il raggiungimento di un’efficienza sempre maggiore (sviluppo), in modo da liberare risorse – quelle risparmiate – e crescere nel rispetto dei limiti di sostenibilità della biosfera. Questo, in brutale sintesi, è il modello di sviluppo sostenibile in equilibrio con l’ambiente.

Manco a dirlo, il concetto di sviluppo sostenibile è aspramente criticato da Latouche, Pallante e dai movimenti della decrescita più o meno felice. I decrescisti infatti ritengono un ossimoro – parole loro, eh – lo sviluppo economico basato sui continui incrementi di produzione di merci, anche in sintonia con la preservazione dell’ambiente. Il sottoscritto autore di questo blog, invece, in libertà di pensiero e scevro da ogni affiliazione, reputa che ci sia del vero e del torto in ognuno dei punti di vista di cui sopra.

Con i decrescisti non si può che concordare quando affermano che uno sviluppo economico basato sulla crescita della produzione di merci – basata anch’essa sullo sfruttamento di risorse naturali finibili – è destinato a scontrarsi con i limiti fisici della materia. Tuttavia, da un punto di vista fisico è alquanto improbabile che *tutte* le risorse naturali si esauriscano nello stesso momento o a breve distanza. In altri termini, l’assunto di scarsità assoluta e il conseguente principio di “massima prudenza” con la necessità di razionare tutto da oggi e per sempre dei decrescisti appare decisamente sovrastimato, soprattutto alle luce di una lunga lista di risultati positivi conseguiti dal progresso tecnologico nell’ultimo secolo. Questo volendo tacere sul fatto che, volendo pianificarne il razionamento, non sappiamo esattamente quante risorse sfruttabili ci siano sul pianeta, nonostante decenni di stime, modelli e predizioni.

Gli economisti mainstream, forti del ragionevole assunto di scarsità relativa delle risorse naturali, agiscono comunque dimentichi del ruolo fondamentale della fisica nello sfruttamento delle risorse naturali. Se è improbabile che domani si resti contemporaneamente a corto di ferro, rame, potassio e terre coltivabili, è anche vero che l’uso e lo sviluppo di qualsiasi alternativa o nuovo territorio passa necessariamente per uno snodo fondamentale: la disponibilità di energia. In termini molto spicci, per fare qualcosa, qualsiasi cosa – produrre, scambiare, coltivare, eccetera – è necessario lavoro o, in termini fisici, energia. Da tempo gli studiosi del picco del petrolio si lamentano che l’EROEI – il rapporto tra la quantità di energia utilizzabile acquisita da una risorsa energetica in relazione alla quantità di energia spesa per ottenerla – non viene preso in considerazione dalle moderne teorie economiche. E difatti hanno ragione. La teoria marginalista nella sua formulazione economica standard si applica ad un barile di petrolio come ad un chilo di rame, senza alcuna differenza. La differenza fisica invece c’è eccome, e consiste nel fatto che, brutalmente, serve petrolio sempre più raro e costoso per estrarre ferro, rame, alluminio o terre rare (aumento dei costi di estrazione) mentre serve petrolio per estrarre petrolio (EROEI), che sono due cose diverse. Il modello di crescita economica attuale fa largo uso di fonti energetiche fossili finibili e non rinnovabili (petrolio, gas, carbone). Se un’alternativa di validità similare non sarà sviluppata per tempo, anche dovessimo affogare nel ferro, nel rame o nel potassio non potremmo comunque estrarre, lavorare o utilizzare le risorse a nostra disposizione. Senza energia, semplicemente non v’è modo di fare alcunchè. Anche con tutti gli aumenti di stock e capitale monetario del mondo.

Questa realtà è spesso sottostimata o poco compresa anche dagli stessi promotori dell’idea di sviluppo sostenibile, assorbiti in illusioni liberali e convinti che la soluzione ai problemi dell’economia sostenibile non sia altro che una vasta libertà associata ad un ben congegnato sistema di incentivi. Non è così. Lo sforzo necessario a riorientare la produzione in senso sostenibile si scontra infatti contro vantaggi del business-as-usual talmente forti che nessun incentivo sarà mai in grado di contrastare in tempi brevi. Nonostante i progressi tecnologici nell’efficienza energetica e nella decarbonizzazione, e nonostante il picco del petrolio, si prevede infatti che nel 2030 – tra quasi due decenni, dunque – l’80% dell’energia utilizzata nel mondo deriverà ancora dallo sfruttamento di fonti energetiche fossili finibili. Altrimenti detto, tanto varrebbe aspettare che la rarefazione delle risorse fossili non rinnovabili ci colga naturalmente, per avvenuta scarsità. Con buona pace della sostenibilità economica, dei limiti alle emissioni e del riscaldamento globale.

Certo, la biosfera è una cosa complessa è non c’è solo l’energia da considerare. Tuttavia, se v’è oggi una risorsa il cui uso dovremmo regolamentare prima possibile, per le ragioni scritte sopra, essa è senza dubbio l’energia ottenuta da fonti energetiche fossili non rinnovabili (petrolio, carbone, gas naturale). Ma non si equivochi. Qui non si sostiene la necessità di incentivare le fonti energetiche rinnovabili più di quanto già non siano oggi. Non abbiamo bisogno di rendere le fonti rinnovabili più economiche di fonti fossili comunque a buon mercato, nè di una ulteriore accisa sulla benzina o di una pesante tassa sui combustibili fossili che collasserebbe l’economia. Quello di cui abbiamo bisogno è uno spostamento della tassazione da reddito e lavoro all’uso di fonti energetiche finibili, in relazione alle emissioni di anidride carbonica del loro ciclo di vita. Personalmente credo che solo in questo modo potremo ottenere una decarbonizzazione dell’economia, e affrontare la crisi energetica alle porte per la rarefazione del risorse petrolifere con la visione necessaria a costruire un futuro sostenibile.

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