La legge sulle intercettazioni è come la legge Sirchia

È incredibile, mentono tutti. Che mentano è la migliore delle ipotesi, visto che altrimenti dovremmo pensare che Ferruccio De Bortoli e Vittorio Grevi e Luigi Ferrarella (Corriere) e Mario Calabresi e Massimo Gramellini (Stampa) ed Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky (Repubblica) e tantissimi altri, praticamente tutti, ignorino non tanto la nuova norma sul segreto investigativo, bensì la precedente, cioè l’attuale, quella varata nel 1989. Che cosa dice la vecchia norma, alias gli articoli 684 e 329 del Codice di procedura penale? Dice che un atto d’indagine non è più segreto dopo che un indagato ne sia venuto a conoscenza – e sin qui ci siamo – ma aggiunge che è ugualmente vietato pubblicare il testo virgolettato di un interrogatorio o di un’intercettazione: se ne può ossia pubblicare il contenuto (il famoso «riassunto») ma niente di testuale. E allora qual è la differenza sostanziale con la nuova norma? Eccola qui, molto italiana: la differenza è che tutti se ne sono fottuti, sino a oggi, perché era prevista soltanto una multa ridicola di 130 euro (con oblazione, cioè senza neanche un processo) mentre il nuovo disegno di legge prevede sanzioni che giornalisti ed editori non potranno trascurare, se applicate. È come per la legge Sirchia sul fumo: i divieti c’erano tutti anche prima, identici, ma erano blandi e quindi tutti se ne fregavano.

Ma c’è di più: la nuova norma, in teoria, è più permissiva della precedente. Il vecchio articolo 114 del Codice di procedura, infatti, al secondo comma recitava così: «E’ vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto fino a che non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare»; questa era la vecchia regola, benché tutti la violassero. Ebbene, la nuova permette perlomeno la citata pubblicazione per riassunto. In passato – in teoria, ripetiamo – neppure quella.

Eccola, quindi, la vera differenza tra questa legge e la precedente e tutte quelle proposte in questi anni, ivi compreso quel Decreto Mastella che il governo Prodi cercò di varare benché fosse più severo dell’attuale: la differenza è che questa legge c’è il rischio che funzioni. Solo il rischio, temiamo.

E che cosa stanno scrivendo, invece, tutti i giornali? Parliamo, badateci, anche di colleghi normali e dignitosi, non soltanto di quei dipietrini e travaglini che ogni giorno fanno circonvenzione d’incapaci. Scrivono bugie. Scrivono che non si potrà più «informare», scrivere «la verità», «le notizie», cose così, slogan. I principali quotidiani fanno lunghi elenchi di scandali «che non potremo più conoscere» anche se non è vero, presi uno a uno li avremmo potuti conoscere più o meno tutti, benché privi di riferimenti a persone estranee alle indagini e neppure processate. Persino Gomorra, sono riusciti a ficcarci dentro, e persino le foto di Stefano Cucchi che i giornalisti videro prima ancora dei magistrati. Le «notizie» saranno comunque salve, basta sapersele procurare, basta che non si consideri «notizia» solo ciò che è estratto da un faldone giudiziario. Basta soprattutto che interessino, le notizie: l’altro ieri, per esempio, il Corriere del Mezzogiorno ne ha data una che solamente Libero ha ampiamente ripreso, e vorremmo tanto sapere perché. Ricorderete che il pm di Trani Michele Ruggiero, nel dicembre scorso, aveva indagato il direttore del Tg1 Augusto Minzolini per rivelazione del segreto istruttorio: questo solo perché aveva parlato al telefono di una propria convocazione in procura. Ebbene, ora è venuto fuori che lo stesso pm Ruggiero è indagato per la medesima cosa, cioè perché in precedenza aveva spifferato al telefono lo stesso episodio – la convocazione di Minzolini in procura – a una giornalista. La faccenda pare singolare, anche perché fotografa come funziona, spesso, il passaggio di carte e cartacce da magistrati e giornalisti: ma la notizia, come detto, l’ha ripresa solo Libero. Non interessa l’articolo? Rischia forse di guastare la maionese demagogica di questi giorni?

C’è una sola cosa, secondo la nuova legge, che non si potrà più fare in nessuna forma, né testuale né riassunta: pubblicare prima del tempo – prima del processo, cioè – i contenuti delle intercettazioni. E grazie tante: è la principale ragione per cui hanno fatto la legge. Parliamo di quelle intercettazioni che nessun paese del mondo pubblica come da noi: eppure sono democrazie compiute in cui il giornalismo e la giustizia sono affare assai serio. Perché lì no e qui sì? Perché in Francia o nel Regno Unito nessun cretino grida al fascismo? Perché direttori e giornalisti, da noi, non ammettono che vogliono è semplicemente il mantenimento dello status quo – pubblicare ogni cosa, sputtanare chiunque – se non altro per vendere più copie? Che poi – detto a chi sdottoreggia – negli atti e negli ordini d’arresto le intercettazioni non ci dovrebbero neppure essere: perché sarebbero mezzi di ricerca della prova, non prove; esattamente come le lettere anonime o le soffiate dei confidenti o altra roba che nel fascicolo neppure dovrebbe entrare, e che da noi – unici al mondo – divengono invece prove regine, gossip, letteratura giudiziaria. Una barbarie, ammettono tutti. Prima di pubblicare.

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