Legge bavaglio, io sono favorevole: e lo era anche la sinistra

Giuseppe Caldarola, Giuseppe Giulietti, Franco Grillini e Marisa Nicchi, tutti dei Ds; Enzo Carra e Roberto Zaccaria della Margherita; Tana de Zulueta e Roberto Poletti dei Verdi; infine Salvatore Cannavò del Prc. Basta. Tutti gli altri, il 17 aprile 2007, alla Camera dei deputati, votarono tranquillamente la legge Mastella che proibiva la pubblicazione di carte & intercettazioni anche solo per «riassunto», esattamente come si vuole fare oggi. I sì furono 447, i no neanche uno e gli astenuti nove. Quella legge fu sostenuta da tutti i gruppi parlamentari. Ricordiamo che Massimo D’Alema (secondo «la Repubblica» del 29 luglio 2007) commentò così: «Voi parlate di tremila euro, di cinquemila euro… ma li dobbiamo chiudere, quei giornali».
Questo non per sostenere che la sinistra avesse una posizione diversa, sul tema: difatti, di posizioni, ne ebbe almeno sei. Posizione numero uno: durante il governo Berlusconi sorto nel 2001, mentre dilagavano le intercettazioni sui furbetti del quartierino e sul governatore Antonio Fazio, la sinistra si disse disponibile a una neo-secretazione delle intercettazioni a mezzo delle multe salatissime proposte dal Guardasigilli Roberto Castelli: l’8 agosto 2005, infatti, il diessino Guido Calci rilasciò un’intervista a IL Giornale in cui denunciava «un vuoto normativo che va colmato al più presto», mentre da capogruppo Ds nella Commissione giustizia si diceva d’accordo con Berlusconi sulla necessità di mettere mano alla normativa che regolava le intercettazioni, pur con una serie di distinguo. La convergenza tra il senatore diessino i sottosegretari Luigi Vitali e Giuseppe Valentino era totale: lo stesso Calvi, nel luglio 2001, aveva presentato un disegno di legge proprio sulla stessa materia (il n. 489) e la proposta di Calvi fu definita dal centrodestra «una buona base di partenza». Era il periodo in cui il segretario diessino Piero Fassino denunciava un certo «voyerismo mediatico» e invocava «una normativa più adeguata»: ma poi cambiò tutto di colpo. Posizione numero due: in Parlamento approdò un apposito disegno di legge firmato dal guardasigilli Roberto Castelli – siamo all’inizio del 2006 – e la sinistra si disse improvvisamente contraria: c’era la campagna elettorale alle porte. Vinse Romano Prodi, com’è noto, prima che una serie di accadimenti spianassero la strada alla terza progressiva posizione della sinistra sull’argomento: gli arresti del portavoce di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, e di Vittorio Emanuele di Savoia, alias vallettoli e calciopoli, un’orgia di intercettazioni sui giornali. L’allora senatore dell’Unione Antonio Polito propose addirittura una commissione d’inchiesta sulla diffusione selvaggia delle intercettazioni (non da solo) e questo per «sanzionare i giornali» e «limitare lo strumento investigativo in mano ai pm»; l’idea fu sottoscritta, tra molti altri, dai diessini Gavino Angius e Tiziano Treu.
Il problema è che cominciavano a circolare i verbali con le intercettazioni telefoniche tra alcuni parlamentari diessini e alcuni indagati nelle inchieste sulle scalate Antonveneta, Bnl e Rcs. Disse allora il ministro dell’Interno Giuliano Amato (Repubblica, 12 giugno 2007): «Non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba, è una follia tutta italiana». Disse Piero Fassino ai microfoni di Sky Tg24, stesso giorno «E’ chiaro che qui si punta a colpire l’onorabilità del partito e di qualcuno di noi». Disse il presedente della Camera Fausto Bertinotti ,sempre quel giorno: «C’è un problema in termini nuovi, ci sono distorsioni nel sistema».
Ed è su questa quarta posizione, la più decisa e sostenuta, che entra in scena il ministro della Giustizia Clemente Mastella: il 28 luglio propone un disegno di legge di 15 articoli che sembrava una dichiarazione di guerra. Tra i propositi: multe da 5mila a 60mila euro; divieto totale di pubblicazione degli atti – anche se solo riassunti – sino alla conclusione delle indagini preliminari; fascicolo del pm segretato sino alla sentenza d’appello; limiti temporali alla possibilità d’intercettare. Eccetera. E’ qui che secondo Repubblica s’inserisce la citata frase D’Alema, così completata: «Ci sono stati episodi scandalosi in cui materiale senza nessuna attinenza con l’inchiesta è andato a finire sui giornali. E anch’io ne sono stato vittima».

Le polemiche continuarono e il provvedimento venne limato e ri-limato. Mario Pirani, su Repubblica, si spinse a scrivere: «Se Berlusconi dettava leggi ad personam, qui siamo di fronte a una legge ad personas, intesa cioè nell’interesse della classe politica».
Passata l’estate, questa quarta posizione della sinistra continuò a essere condivisa anche dal centrodestra (c’era divergenza solo sull’entità di multe e sul periodo di detenzione per chi avesse sgarrato) ma occorse attendere sino all’aprile 2007 prima di andare al voto. I voti li abbiamo visti. S’indignarono solo il solito Di Pietro e vari portavoce come Marco Travaglio, che scrisse: «Esiste una vasta gamma di comportamenti che, pur non costituendo reato, restano riprovevoli o comunque interessanti e devono giungere alla conoscenza dei cittadini». A sinistra, in compenso, l’onorevole Lanfranco Tenaglia della Margherita definì la legge «un punto di equilibrio alto e nobile» al pari di Gaetano Pecorella (Forza Italia) che parlò di «buona riforma varata col contributo dell’opposizione». Poi vabbeh, la legge si arenerà al Senato e resterà lettera morta, come , come il governo Prodi.

La quinta posizione è del 2008, durante la campagna elettorale: Walter Veltroni si riallacciava all’abortita legge Mastella auspicando «il divieto assoluto di pubblicazione fino al termine dell’udienza preliminare», con tanto di «sanzioni penali e amministrative molto più severe». La posizione venne ribadita da Veltroni durante un Porta a Porta del 13 febbraio 2008. Ma la quinta posizione non fece che precedere la sesta: l’8 giugno dello stesso anno i Ds si accodarono ad Antonio Di Pietro che a sua volta si era accodato all”Associazione nazionale magistrati. In soldoni: i provvedimenti annunciati erano «gravi e sbagliati», mentre per quanto riguarda la privacy dei cittadini «è responsabilità degli stessi magistrati che le intercettazioni restino segrete». Coi meravigliosi risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Detto questo, tenetevi forte: io sono favorevole alla legge sulle intercettazioni, e lo sono per la stessa ragione, ritengo, per cui quasi tutti i miei colleghi sono contrari: perché è una legge che rischia di funzionare, e la mia categoria l’ha capito. Così come è architettata, e mi riferisco soltanto ai divieti di pubblicazione,  quella manna giornalistica e unica al mondo che è la cronaca giudiziaria all’italiana rischia davvero di non cadere più: ovvio che direttori e cronisti non ne siano contenti, visto che il pubblicare certe intercettazioni resta uno dei pochi espedienti residuali per far impennare le vendite. Le proteste corporative, non solo dei giornalisti, nascono più da questo che da aneliti di libertà.
Torno a ripetere che mi sto riferendo solo alla pubblicazione delle intercettazioni, non ai limiti imposti circa il loro utilizzo: su questo preferisco aspettare la versione finale della legge, dopodiché vedremo. Mi limito a osservare, su questo, che è abbastanza vero che le intercettazioni spesso rappresentano una comoda scorciatoia usata da una magistratura che ormai disdegni le indagini tradizionali, un po’ come i pentiti: ma è una verità parziale e ingenerosa.

Anche perché la maggior parte delle intercettazioni, anzitutto, viene richiesta dalle forze di polizia: e il paradosso è che le forze di polizia spesso abbondano in intercettazioni per risparmiare sugli uomini, altrimenti impiegati in pedinamenti e attività di controllo. Qualche direttiva del Ministero dell’Interno, da cui dipende la Polizia, potrebbe già fare molto. Ma è pur vero che il tema per cui si litiga attiene a intercettazioni che riguardano quasi sempre persone note, i cosiddetti colletti bianchi: e queste intercettazioni è perlopiù la magistratura a richiederle e a gestirle. Sono soprattutto le persone note a finire sui giornali: è naturale che il problema della privacy, che pure riguarda tutti i cittadini, mafiosi compresi, si ponga a partire da loro. Secondo le direttive comunitarie, del resto, le cartacce e le intercettazioni prive di rilevanza penale andrebbero distrutte direttamente dal magistrato: se ne scappa fuori qualcuna, la responsabilità dovrebbe essere sua. Ma è un argomento ipocrita, e chi lo utilizza ne è consapevole: chi invita a sanzionare le toghe quali unica e vera fonte della segretezza degli atti,  in realtà, sa benissimo che le carte possono scappare ad avvocati, cancellieri, poliziotti, ufficiali, vigili urbani e – assicuro – addetti alle pulizie. Durante Mani pulite spesso le carte non uscivano proprio: un giudice le lasciava in bella mostra sulla scrivania, e i giornalisti copiavano. Io stesso ho violato il segreto istruttorio un sacco di volte.
Ma andiamo al punto. La soluzione al dilemma, in teoria, era già contenuta nel Codice di procedura penale del 1989, in particolare agli articoli 114 e 329: si sanciva che le indagini sono segrete mentre il processo è pubblico. Andare a ricostruire come il significato originario di queste norme sia stato svuotato e stravolto, ora, è complicato e inutile: prassi, consuetudini e giurisprudenza hanno favorito l’attuale colabrodo. La violazione del segreto istruttorio di fatto non esiste più: va ripristinata ex novo, come del resto nella passata legislatura cercò di fare il citato e abortito Decreto Mastella che   fu votato da maggioranza e opposizione. Il succo è lo stesso di oggi: le intercettazioni sono solo un mezzo di ricerca della prova che deve trovare conferma in un dibattimento, il famigerato processo, perciò il renderle pubbliche prima del tempo tende a violare alcune libertà costituzionali. Può anche essere che senza intercettazioni (meglio: senza la loro pubblicazione) non avremmo avuto tutta una serie di informazioni e indiscrezioni che invece si sono riversate sui giornali degli ultimi anni: ma la loro rilevanza, in termini strettamente giudiziari, si è rivelata quasi sempre scarsa, al dunque. Parliamo degli scandali più noti: quelli appunto «politici» dei quali non è rimasto probatoriamente nulla dopo che avevano però rinfocolato infinite diatribe: da qui la benedizione delle intercettazioni da parte della sinistra cosiddetta forcaiola, protesa a una sorta di controllo sociale esercitato dal grande orecchio delle procure. Il problema è che le sanzioni, mescolate a qualche sciocchezza che non manca mai, ora diventeranno serie, e i divieti inequivocabili. I nostri media, diversamente da quanto accade all’estero – anche se in questi giorni hanno cercato di spacciare che all’estero vada in tutt’altro modo – , tendono a concentrarsi sulle indagini e poi si dimenticano o quasi del processo, vero fulcro del rito accusatorio: non facciamo che lamentarcene. Questa nuova legge,  tempi della giustizia permettendo, potrebbe cominciare a invertire una cultura giornalistica sballata. Ci accoderemmo finalmente a paesi ritenuti più civili del nostro perché a contare sarebbe essenzialmente il processo, le sue risultanze, le prove, le sentenze. Tanti colleghi ora strepitano a vuoto, secondo me: anche perché le notizie potrebbero uscire lo stesso, anche se non sotto forma di trascrizione integrale di verbale o di intercettazione telefonica. Il contenuto delle carte, qualora costituisca notizia, potrò sempre essere riassunto: la norma che lo vieta, io credo, resterà aleatoria e inafferrabile, e l’unico vero rischio, a questo punto, è l’autocensura degli editori, dei quali i moderni direttori sono punto di raccordo. Quello che dovrebbe sparire, in compenso, sono certi pruriginosi colloqui telefonici privi di rilevanza penale, appunto: perché resterebbero fuori dall’aula. Se invece vi approdassero, al processo, fossero anche le intercettazioni più pruriginose del mondo, la pubblicazione ne sarà pienamente giustificata. Insomma, ciò che non si potrà fare, se la legge funzionerà, è l’estrarre dal cappello carte o intercettazioni telefoniche ininfluenti a carico di indagati che poi magari non verranno neppure rinviati a giudizio. Nessuno impedirà di intervistare testi e imputati, se vorranno, ma costituirà notizia solo ciò che gli organi giudicanti avranno ammesso a valore probatorio, ciò che insomma reggerà al vaglio del processo, l’arrosto e non il fumus: e tanti saluti alle toghe in stile De Magistris.
Si potrà ancora raccontare ciò che conta, in fin della fiera, ma senza poter piegare un verbale o una carta a tesi proprie o arbitrarie: più degli indagati conteranno i condannati. Ditemi se è poco. Peraltro è divertente questa cosa per cui sembra che una notizia esista solo se è estratta da un faldone giudiziario: come se non esistessero le interviste, il giornalismo investigativo, le carte e i bilanci da spulciare, le visure da saper fare, quello che sulla Cricca ha fatto per esempio Fabrizio Gatti dell’Espresso o in parte ha fatto Saviano sulla Camorra. Come se, a costituire notizia, fosse solamente che tizio è indagato per un comportamento e non che il comportamento l’ha avuto. No inchiesta, no party: quando invece, all’estero, è quasi sempre no processo, no party. Chissà quando accadrà che la magistratura andrà a rimorchio dei giornalisti – italiani – e non viceversa.